Alveari più sani con l’apicoltura a misura d’ape

Studiare la biologia delle api per alveari più sani: questo il messaggio del convegno Ripartire dalle api. Strategie di collaborazione ambientale organizzato, il 13 novembre scorso, dalla Fondazione Edmund Mach di San Michele all’Adige, in provincia di Trento. Un convegno, arricchito dall’evento Le api: opere storiche e moderne in mostra, dove s’è discusso, in particolare, di apicoltura naturale e, quindi, a misura d’ape.

Paolo Fontana, entomologo della Fondazione Edmund Mach, nonché presidente della World Biodiversity Association e che al convegno ha parlato del ruolo ecologico dell’ape mellifera ha, infatti, chiesto: “Dobbiamo porci questa domanda: le tecniche di allevamento attuali corrispondono realmente alle esigenze biologiche dell’ape? La risposta è: non sempre. Da 150 anni usiamo un determinato tipo di arnia, ma in realtà questo è solo uno dei modi di fare apicoltura”. Una critica a una certa apicoltura è arrivata anche da Gianni Stoppa, apicoltore biodinamico di Rovigo: “Il mondo dell’apicoltura ha necessità di una maggiore consapevolezza del mondo delle api, verso il quale pecchiamo a volte di presunzione nell’imporre la nostra volontà, dimenticando che l’ape è un animale libero nonostante ci vogliamo illudere di averlo addomesticato”.

Accanto all’apicoltura tradizionale, c’è, infatti, un’apicoltura “etica” e “non invasiva”, arrivata, tempo fa, anche in Italia con la top bar, l’arnia naturale più diffusa al mondo conosciuta anche come Kenyan top bar hive, arnia orizzontale a cassa unica, chiusa da barre in legno che funzionano da tetto. Un’arnia rispettosa della biologia dell’ape, che qui riproduce il suo ambiente naturale, costruendo il suo favo, nonché generando e plasmando la cera: a differenza dell’apicoltura tradizionale, niente pertanto favo artificiale e fogli cerei. Nell’arnia top bar, inoltre, la pendenza delle pareti costringe le api a costruire il favo lontano da queste, ciò che ne facilita, senza quindi danni alla colonia, l’estrazione, che avviene una volta l’anno, con il favo, spiega un apicoltore, smielato a pressione, a mano o con l’aiuto di un torchio. L’arnia top bar è ideale per l’apicoltura familiare, l’apicoltura urbana, studi sulla biologia e il comportamento dell’ape, esperienze didattiche. Al convegno, Manuela Schgraffer e Cinzia Roat della Fondazione Edmund Mach, hanno, ad esempio, presentato i risultati del primo esperimento didattico presso l’Istituto Agrario di San Michele all’Adige con arnia top bar.

Quanto miele produce un’arnia così? Rispetto all’arnia tradizionale, il 25% in meno. Un miele, in compenso, “prodotto in un’ottica di sostenibilità” e assai “più dolce”. Contenta l’ape, contento il consumatore. E contenti certi apicoltori, come i due apicoltori, che tempo fa hanno abbracciato l’apicoltura naturale e che al convegno di San Michele all’Adige hanno portato la loro testimonianza: Paolo Chiusole, un apicoltore trentino per hobby, e Christy Hemenway, una signora americana che nel 2007 ha fondato Gold Star Honeybees, società per la promozione di una “apicoltura naturale low-tech”, e che dopo essersi chiesta cosa facessero le api prima che arrivassero gli apicoltori, ha capito che “meno si fa, meglio è” ovvero “meno interviene l’uomo, meglio stanno le api”.

Un’intuizione sulla necessità di un ritorno ai primordi rivelatasi vincente. Partendo dalla sua esperienza, nel 2013 Christy Hemenway ha, infatti, pubblicato in Canada con New Society Publishers The Thinking Beekeeper, manuale sull’apicoltura naturale con arnie top bar e pubblicato nel 2015 in Italia dalla World Biodiversity Association, nell’ambito del WBA Project, con il titolo L’apicoltore consapevole. Il manuale della signora Hemenway è stato presentato il 14 novembre scorso al Museo Naturalistico Archeologico di Vicenza, complice l’evento Api per la biodiversità: l’apicoltura familiare come azione concreta a tutela della biodiversità, quindi, il 16 novembre, all’Apiario Sociale di Verona, realtà veneta che si occupa di adozione di famiglie di api.

Il rispetto dell’equilibrio biologico delle api è sempre più al centro delle riflessioni sull’apicoltura del futuro. “L’apicoltura deve forse recuperare lo stretto rapporto tra caratteristiche ed esigenze biologiche dell’ape o meglio del superorganismo alveare, e finalità produttive e gestionali”, ha, infatti, ammonito Franco Gatti, dell’Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari di Trento. Un richiamo al benessere animale, concetto di cui ormai si dibatte fra le “varie branche della zootecnia” pensando al declino delle api. Vero è, così Franco Gatti, che fra le cause, ormai riconosciute, di tale declino ci sono “problemi ambientali” come alterazione del paesaggio, emissioni di inquinanti, uso di agrofarmaci, cambiamenti climatici, diffusione di “nuovi e aggressivi agenti patogeni e parassiti delle api”, ma è anche vero che fra le cause potrebbero esserci proprio certe pratiche dell’apicoltura

Uno spunto interessante è stato offerto da Marco Valentini di Bioapi, azienda apistica biologica di Sansepolcro, in provincia di Arezzo, che ha parlato di “norme minime” per l’apicoltura naturale, il cui sempre più successo necessiterà di sforzi per “disciplinarla”. Sarà, cioè, possibile, un giorno, “inibire la sciamatura” o “sostituire le regine”? E ancora: “Fino a quanto spingerci nell’alimentazione? Solo quando si popolano le arnie di api, in caso di siccità oppure mai?”. Altri ancora i temi affrontati durante il convegno, come l’approvvigionamento dei pollini, la cui qualità e varietà, così Valeria Malagnini e Livia Zanotelli della Fondazione Edmund Mach, influenzano la salute delle api, perché, come ha ricordato Francesca Fava, anche lei della fondazione trentina, un’ape in salute darà prodotti sani, spia di un alveare altrettanto sano.

  

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