Cibo per cani e gatti, il pericolo è nella ciotola: danni prodotti da residui di antibiotici

Cani e gatti non lo sanno, ma il cibo pensato per loro può contenere tracce di antibiotici che, come veri e propri “farmaci boomerang”, li indeboliscono. Il legame è con gli antibiotici usati negli allevamenti intensivi e che nascosti nelle ciotole sotto forma di pappa si trasformano in nemici del loro benessere. A interrogarsi sul rapporto fra antibiotici da allevamenti intensivi, sviluppo di batteri antibiotico-resistenti e aumento delle patologie infiammatorie di cani e gatti è stata la scienza.

Sotto accusa la ossitetraciclina, un antibiotico antibatterico usato in molte patologie infettive e da anni utilizzato “legalmente” contro il rischio di epidemie negli allevamenti intensivi. L’ossitetraciclina, presente nel grasso e, in particolare, nell’osso degli animali macellati, passa sotto forma di residuo nel cibo per cani e gatti. Molti cani e gatti si cibano, infatti, di mangimi industriali che contengono farine di carne ricche di osso che vi rimane dopo la separazione meccanica delle carni da allevamento intensivo.

Né aiuta la legislazione attuale che, pur prevendendo controlli sui residui di ossitetraciclina, si limita a quelli su muscolo, fegato, reni, latte, uova, miele, ignorando l’osso, che le autorità sanitarie considerano un tessuto non edibile per l’uomo. Una lacuna legislativa, che coinvolge, loro malgrado, produttori di polli, farine di carne, pet food e organi di controllo, tutta ai danni di cani e gatti, per la cui alimentazione si consiglia sempre più l’uso di materie prime pulite come pesce pescato e carni da allevamenti estensivi, anche se in Italia sono ormai molti i produttori di pollame che hanno “volontariamente” ridotto o eliminato, a garanzia di una “materia prima più salubre”, l’antibiotico incriminato.

Delle conseguenze dell’ossitetraciclina nel cibo per cani e gatti si sono occupati alcuni ricercatori di università italiane in collaborazione con alcuni colleghi del dipartimento ricerca e sviluppo di Sanypet, mangimificio di Bagnoli di Sopra, nel padovano. Sanypet, che produce pet food tradizionale e biologico, ha fatto da tempo le sue scelte, utilizzando materie prime, come quelle cerealicole, di origine italiana, e dicendo no a quelle asiatiche, quindi pesce proveniente da mari non inquinati, come quello islandese e il Pacifico meridionale, acquistandolo da produttori che praticano il cruelty free fishing e rispettosi, pertanto, dell’ecosistema marino, nonché materie prime di origine animale da allevamenti estensivi nel caso di “carni alternative” come quella di cervo e cinghiale e da allevamenti certificati biologici per pollo, agnello e manzo. Il mangimificio, che attraverso i propri addetti alla qualità sottopone i fornitori a visite periodiche di controllo, conduce anche analisi per la ricerca dei contaminanti più pericolosi come melamina, aflatossine, diossina e PCB, metalli pesanti.

Fra le materie prime utilizzate per i mangimi ci sono mais tipo OGM free, olio di mais, pesce di mare, olio di pesce, ricco di acidi grassi Omega 3 e Omega 6, un aiuto contro infiammazioni, dermatiti e pruriti, polpa di barbabietola, dal potere rinfrescante e amica della motilità intestinale, lievito di birra per la regolazione della funzionalità dell’apparato digerente, bioflavonoidi, vitamina C e vitamina E, rosmarino, sali minerali. 

Il primo studio dei ricercatori italiani sul problema è stato pubblicato come Cytotoxic effects of oxytetracycline residues in the bones of broiler chickens following therapeutic oral administration of a water formulation su Poultry Science, prestigiosa rivista di Oxford, con il team che è riuscito a dimostrare gli effetti negativi dei residui di ossitetraciclina nell’osso di polli cui era stato somministrato l’antibiotico secondo i protocolli previsti per gli allevamenti intensivi.

Sulla scia del primo, è nato un secondo studio, pubblicato sul Journal of Biochemical and Molecular Toxicology come Toxicological Implications and Inflammatory Response in Human Lymphocytes Challenged with Oxytetracycline e con cui è stato analizzato l’impatto biologico della ossitetraciclina attraverso la “valutazione in vitro dell’effetto pro-infiammatorio” dell’osso contaminato dall’antibiotico. Lo studio ha dimostrato, cioè, come l’ossitetraciclina possa portare, da parte dei linfociti T e delle cellule non-T, un rilascio significativo di citochina interferone gamma, “molecola proteica rilasciata dalle cellule in risposta, ad esempio, alle infezioni virali” e sia negli umani che negli animali “coinvolta in risposte infiammatorie”. Un risultato, considerato “sorprendente”, che spiegherebbe l’aumento di patologie infiammatorie croniche ormai sempre più frequenti in cani e gatti.

 

Abbiamo parlato di:

Sanypet Website

Cytotoxic effects of oxytetracycline residues in the bones of broiler chickens following therapeutic oral administration of a water formulation Articolo

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