Francia: quando un no ai pesticidi può voler dire carcere

Francia: quando un no ai pesticidi può voler dire carcere

Con 110mila tonnellate sparse ogni anno sulle sue terre la Francia è il terzo più grande utilizzatore di pesticidi al mondo dopo Usa e Giappone. Il vino, prodotto faro dell’agricoltura francese, non fa eccezione. La parte del biologico nella pregiata produzione d’Oltralpe è passata dal 2,6% del 2007 all’8,2 del 2012. Ciononostante nella quasi totalità dei vini francesi, biologici compresi, si possono trovare residui di pesticidi.

Ha per questo destato stupore, anche al di fuori dei confini del paese, l’invito a comparire davanti al giudice che un viticoltore della Borgogna ha ricevuto per essersi rifiutato di irrorare di pesticidi le sue viti.

Tutto comincia a giugno, quando con un’ordinanza la prefettura del dipartimento della Côte-d’Or impone ai viticoltori di applicare sulle loro terre un trattamento una tantum per scongiurare il rischio di contagio da flavescenza dorata, malattia contagiosa e mortale per le vigne. Si tratta di un protocollo già applicato sulla metà dei vigneti d’Oltralpe da quando, cinquant’anni fa, l’epidemia s’è diffusa nel paese. Finora la Côte-d’Or era stata risparmiata ma nel dipartimento vicino, la Saône-et-Loire, da tre anni è in atto una campagna per sradicare la malattia.

La prudenza delle autorità però non convince tutti, in particolare Emmanuel Giboulot: viticoltore di 51 anni che produce vino da uva pinot nero e chardonnay sulla Côte de Beaune e la Haute-Côte de Nuits. Un’attività imparata dal padre, che aveva cominciato con un solo ettaro coltivato a biologico negli anni ‘70. Gli ettari oggi sono 10, che il figlio coltiva seguendo i dettami della biodinamica dal ‘96. È qui che nasce il problema. "Non voglio usare prodotti chimici sui miei appezzamenti – ha dichiarato Giboulot al sito francese Basta!, che per primo a novembre ha portato alla luce la vicenda – Sono cosciente del pericolo che può rappresentare la malattia, ma mi pare completamente sproporzionato trattare sistematicamente in assenza di focolai identificati". Giboulot potrebbe rispettare l’ordinanza della prefettura pur senza dover spargere sulle sue viti nessuno dei prodotti fitosanitari pericolosi per l’ambiente e per l’uomo consigliati dalle autorità, gli basterebbe ricorrere al pireto verde, a base di un estratto naturale di crisantemo, il cui utilizzo non comporta la perdita della certificazione biologica. "Questo trattamento non è selettivo: non uccide soltanto l’insetto responsabile della malattia ma anche la fauna ausiliaria necessaria all’equilibrio naturale della vigna". Meglio dunque, è sua convinzione, sorvegliare attentamente ogni ceppo per identificare prontamente segni di contagio.

Un approccio che non ha convinto i funzionari venuti a controllare il suo dominio il 30 luglio scorso. Il viticoltore ribelle, colto in flagranza di reato, ha così ricevuto una convocazione davanti al delegato del procuratore della Repubblica del tribunal d’instance di Digione. All’udienza, fissata dopo alcuni rinvii per il 24 febbraio, Giboulot rischia fino a sei mesi di prigione e 30.000 euro di multa. A meno che non chini il capo al volere delle autorità, come un suo collega del Vaucluse, accusato per lo stesso motivo alcuni mesi fa.

Ma il viticoltore sembra intenzionato ad andare in fondo alla sua battaglia, anche grazie alla mobilitazione sorta spontaneamente in suo favore: una pagina facebook ha raccolto decine di migliaia di simpatizzanti, una petizione è stata inviata alla prefettura con oltre 14.000 firme ed è persino giunto il sostegno ufficiale di dieci organizzazioni, fra cui la Fnab (l’equivalente di Aiab in Francia, ndr) e il noto sindacato Confédération paysanne. In quell’aula di tribunale si affronteranno due opposte concezioni dell’agricoltura e dell’ambiente.