La “caccia in scatola”, vergogna bianca dell'Africa

La “caccia in scatola”, vergogna bianca dell'Africa

Saranno chiarite, speriamo, le vere cause della morte di Claudio Chiarelli e del figlio Massimiliano, uccisi in Zimbabwe per errore poiché scambiati dai guardiaparco, sembra, per bracconieri.

Quello che è certo è che Chiarelli padre era un cacciatore professionista e che accompagnasse facoltosi turisti in cerca di avventure artificiali e trofei, a uccidere elefanti e leoni. Come il carpigiano fondatore di Bluemarine, colpito nel 2006 “da due elefanti impazziti”, eufemismo per descrivere due animali che agirono per legittima difesa. Proprio nel funestato Paese che ha portato agli onori della cronaca lo scorso anno il dentista americano Palmer che aveva ucciso, legalmente, il famoso leone Cecil.

E’ questo, aldilà degli innamorati d’Africa per il verso sbagliato, e pagatori dello stupro di un Continente, il punto.

Gli italiani, “popolo di santi, eroi, navigatori”, lo sono anche di uccisori di animali e di organizzatori di safari non fotografici ma di canned hunting  la “caccia in scatola”. Basta fare una ricerca per parole dal pc e si scoprono agenzie specializzate anche made in Italy.

Animali selvatici come il leone vengono appositamente allevati in aree recintate al fine di essere cacciati. Nessuna via di fuga, anzi, l’inganno di fidarsi degli esseri umani che li crescono e li nutrono sin da piccoli con i biberon. Nel 1997 erano circa 300 i leoni prigionieri della caccia in scatola, ma adesso si stima che ce ne siano circa  6000. Il fenomeno è in crescita. Abituati al contatto umano, gli animali si avvicinano alle persone in cerca di cibo, trovando invece proiettili o frecce. In cambio gli sparatori versano una grande cifra ai tenutari e un obolo alle autorità locali.

Questa caccia per ricchi è stata definita “una disgrazia nazionale”. Che solo ultimamente ha visto alcuni vettori aerei, fra cui Alitalia, vietare il trasporto dei trofei.

La vergogna bianca dell’Africa.