La mania dei selfie che calpesta la dignità degli animali

Prima il piccolo delfino usato per le foto dei bagnanti su una spiaggia argentina. Immagini che hanno fatto il giro del mondo. Poi uno squalo trascinato fuori dall'acqua per essere immortalato dai telefonini in Florida. 

La selfie-mania ha colpito due esseri viventi, catturati appositamente o giá morti, a seconda delle versioni. Ma la successiva giusta indignazione internazionale non era purtroppo presente sulle spiagge al momento dei fatidici scatti. E chi li ha realizzati ha così dimostrato, come se ce ne fosse bisogno, chi è l'animale più distruttivo sul Pianeta: proprio quello che, tanto contento della sofferenza e della morte altrui, se ne vanta con una foto.

In Italia, patria dei telefonini, non siamo da meno. A Genova, qualche giorno fa, un fagiano è rimasto ore e ore lungo i binari di una stazione, senza ricevere alcun aiuto a riprendere il volo ma in compenso è stato ripreso da decine di persone. Ora questo animale, recuperato alla fine dai volontari Enpa, lotta fra la vita e la morte.

Grazie a decine di anni da spettatori televisivi, ora esaltiamo questa caratteristica nella iper passività da smartphone. Preoccupandoci solo se la foto è venuta bene o meno e non di chi abbiamo ripreso. 

Per la cronaca, a differenza di Usa e Argentina, da noi però il maltrattamento degli animali, il non intervenire per evitarlo, l'uccisione, sono reati previsti dal Codice Penale. Quindi, spettatore e bagnante avvisato, mezzo salvato. A meno che non si voglia essere fotografati come prova per una denuncia.