Stile di vita vegan: non è sostenibile come si pensa

Stile di vita vegan: non è sostenibile come si pensa

Una scelta alimentare vegana apporta benefici all’organismo, a patto che sia equilibrata e molto variata, ma a livello ambientale adottare uno stile del tutto vegan è impattante. Gli alimenti vegetali consumati sono spesso altamente trasformati e provenienti da Paesi anche molto lontani, inoltre un mondo solo vegano implicherebbe un ricorso a coltivazioni agricole legate esclusivamente a ritrovati di sintesi chimica, per riuscire a garantire produzioni abbondanti tali da soddisfare la richiesta della popolazione mondiale.
A dipingere il quadro sono alcuni esperti del settore, che hanno messo in evidenza pro e contro.
Partiamo dalle buone notizie.

 “L’alimentazione di tipo vegano è un’ottima scelta, se ben pianificata, completa e bilanciata. Come qualsiasi tipo di dieta, se non riflette i requisiti minimi di varietà, completezza e adeguatezza può diventare dannosa o non dare benefici. Al contrario, se si tengono in conto poche ma importanti regole di base, questo tipo di alimentazione dona dei vantaggi infiniti alla salute”, spiega Lucrecia Contarini, medico nutrizionista.
Si tratta di un tipo di dieta ricca in nutrienti protettivi e fondamentali - come vitamine, minerali, antiossidanti, fibre – e povera in sostanze dannose, quali grassi saturi e colesterolo. 
“Se basata su verdura, frutta, legumi, cereali integrali, frutta secca e semi oleaginosi, rispettando la stagionalità degli alimenti, i giusti modi di assunzione, cottura e preparazione, insieme all’attenzione di altri comportamenti in quanto a stile di vita, diventa una risorsa terapeutica per tanti disturbi e problemi di salute. Se eseguita in maniera ottimale, può essere utile nella prevenzione di varie patologie croniche, assai frequenti nel mondo occidentale”, osserva Contarini.

Quando si parla di alimentazione, dal punto di vista nutrizionale, non è corretto essere assolutisti: di certo, anche autorevoli posizioni come quella dell'Academy of Nutrition and Dietetics sostengono che "le diete vegetariane correttamente pianificate, comprese le diete totalmente vegetariane o vegane, sono salutari, nutrizionalmente adeguate e possono apportare benefici per la salute nella prevenzione e nel trattamento di alcune patologie; sono adatte in tutti gli stadi del ciclo vitale, anche in gravidanza, allattamento, durante la prima e la seconda infanzia, l'adolescenza, l'età adulta, per gli anziani e per gli atleti”.
Come in qualunque scelta alimentare, quindi la qualità dei nutrienti che ingeriamo deve essere tenuta in massima considerazione.
“Una dieta cosiddetta onnivora, oggi considerata normale, spesso risulta non perfettamente equilibrata, come dimostrano i molti casi di obesità in adulti e bambini. Per questo motivo, anche nella scelta di un’alimentazione vegana o vegetariana - definita dalla letteratura scientifica come una scelta equilibrata e sostenibile per qualsiasi età - occorre fare attenzione, introducendo cibi e nutrienti sani e salubri: il fatto che un alimento possa essere considerato vegetariano o vegano non lo qualifica, di per sé, come prodotto sano per l’organismo”, commenta Domenico Battaglia, medico nutrizionista.
Ad esempio, i cibi ottenuti da farina 00 specie se confezionati industrialmente, le sostanze alcoliche e più in generale le bibite gassate e zuccherate sono tutte sostanze, non nutrienti, che dovrebbero essere escluse o minimizzate al massimo in qualunque scelta alimentare.

Ombre della dieta vegan

Il consumo di cibo e bevande ha un notevole impatto sull’ambiente. Consumiamo molta carne e questa è un’alimentazione poco sostenibile sia per l’ambiente sia per la salute, ma anche la rinuncia completa comporta delle problematiche.
“Una dieta vegana è carente di alcuni nutrienti, per cui è necessaria un’integrazione con alimenti fortificati o integratori. L’impatto sull’ambiente di un chilo di carne e di un chilo di frutta e verdura è diverso perché si tratta di tipologie differenti di alimenti: la frutta e la verdura forniscono all’organismo fibre, vitamine, oligoelementi, mentre la carne dà proteine; entrambi sono importanti, ma la nostra piramide alimentare indica che verdura e frutta vanno consumare in quantità di gran lunga maggiori rispetto alla carne. Fare i confronti fra una dieta vegana e una onnivora e il loro impatto sull’ambiente non è semplice e, attualmente, mancano dati sicuri. Di recente, è stato pubblicato un lavoro (Rosi et al. Scientific report 2016) che ha preso in esame onnivori, vegetariani e vegani e il loro impatto sull’ambiente: i risultati considerati, tutti i parametri, non hanno evidenziato differenze significative”, osserva Vincenzo Longo, responsabile dell'istituto di biologia e biotecnologia agraria del Cnr di Pisa.

Il fattore quantità conta. “Gli alimenti vegetali consumati in una dieta vegana sono spesso altamente trasformati e possono arrivare da Paesi anche molto lontani. Tra l’altro, per raggiungere l’introito energetico adeguato, la quantità di frutta, verdura o legumi che deve essere consumata al posto dei prodotti animali è elevata. Considerando la difficoltà nell’assumere naturalmente tutti i micronutrienti necessari alla crescita e al mantenimento di un adeguato stato di salute, la dieta vegana (seguita dall’un per cento degli italiani) non presenta particolari virtù in termini di ridotto impatto ambientale”, rileva Massimo Iannetta, responsabile divisione Biotecnologie e Agroindustria Enea.
La scelta vegana, più di quella vegetariana, obbliga spesso il consumatore a fare ricorso a prodotti pronti di origine industriale, come seitan, hamburger vegetali confezionati, yogurt di soia, prodotti che, per essere realizzati, necessitano di un maggiore consumo di acqua e di energia. “Tutti questi fattori possono spiegare l’impatto sull’ambiente delle scelte alimentari associate a questo regime alimentare, meno basso di quanto si pensi, tuttavia va sottolineata la difficoltà nel misurare l’impatto delle scelte dietetiche, soprattutto comparando popolazioni differenti, con abitudini e composizioni familiari eterogenee”, aggiunge Iannetta.

Risorse insufficienti e soluzioni

Un mondo del tutto vegano sarebbe insostenibile, in termini di consumi di risorse. “I fertilizzanti per coltivare frutta e verdura dovrebbero essere quasi solamente di sintesi chimica per riuscire a soddisfare le richieste di tutti; i capi di vestiario - dovendo escludere tessuti come lana, seta e pelle - darebbero ancora più spazio a quelli sintetici, di origine petrolifera; gli impatti della produzione di cibi come la quinoa, l’avocado o il tofu si farebbero ancora più devastanti di quanto non siano già, e le attuali zone andine convertite a monocolture di quinoa, o quelle messicane sacrificate al dio avocado, ne sono un piccolo esempio”, commenta Andrea Bertaglio, giornalista e autore del libro “In difesa della carne”.

Forse la soluzione sta nel mezzo. “L’impatto degli alimenti che consumiamo ogni giorno sull’ambiente passa attraverso la riduzione delle perdite e degli sprechi alimentari, che rappresentano oggi l’impatto ambientale più significativo, a cui si aggiunge la Dieta Mediterranea, riconosciuta a livello internazionale, come patrimonio immateriale dell’umanità. Questo stile alimentare concilia gusto, benessere dell’uomo e dell’ambiente, visto che predilige il basso consumo di alimenti di origine animale per lasciare più spazio a cereali, legumi, frutta e verdura, guardando alla valorizzazione dei prodotti locali e stagionali, ai territori e alla loro cultura, all’attenzione alle tecniche di coltivazione, alla loro trasformazione e a un consumo responsabile”, osserva Iannetta.

La soluzione per impattare meno sul pianeta non è escludere del tutto alcuni alimenti. È giusto avere un consumo moderato di carne e prodotti di origine animale (le principali linee guida nutrizionali consigliano 500 grammi di carne e salumi alla settimana), ma occorre rendere sostenibile lo stile di vita nel suo complesso. Consumi, sprechi, tempo libero e mobilità contano. Se ci muoviamo solo in auto, teniamo luci, condizionatori e riscaldamenti sempre accesi, compriamo e buttiamo vestiti a ritmi vertiginosi, prendiamo più aerei che metro è inutile mangiare un burger di soia.
“La produzione di carne ha un impatto ambientale più elevato di quello per la produzione di altri alimenti. Tuttavia, da una parte c’è da considerare che questi impatti sono minori di quanto si dica, dall’altra che la filiera zootecnica europea ha metodi di produzione poco impattanti sull’ambiente e sull’uso di risorse perché spesso gli animali sono allevati in stalla. Questa tipologia di allevamento, per quanto possa sembrare strano, comporta un minor uso di acqua e ridotte emissioni, oltre che una maggiore efficienza nell’utilizzo di risorse e di mangimi. Al contrario, l’allevamento su pascoli è gradevole da vedere e ci illude che gli animali stiano sempre meglio, ma di fatto sono più esposti a intemperie, predatori e malattie.
Il consumo di acqua non è ingente: per produrre un chilogrammo di manzo in Italia ci vogliono 790 litri di acqua e non 15mila come è stato calcolato dalla Water footprint, un indicatore che non fa distinzione tra i diversi tipi di acqua: verde (ossia piovana, che torna per evo-traspirazione nel suo ciclo naturale, usata per i foraggi), grigia (quella di scarico, da trattare o depurare) e blu (prelevata da falde o corpi idrici superficiali). Nella produzione di carne l’acqua verde, che torna nel ciclo dell’acqua, supera il 90% di quella usata”, commenta Bertaglio.

Altro mito da sfatare riguarda quello delle emissioni di anidride carbonica in atmosfera, di fatto legate per lo più al settore energetico e dei trasporti. “Un singolo volo andata e ritorno Roma-Bruxelles, ad esempio, genera più CO2 del consumo medio (moderato) di carne e salumi di un italiano per un intero anno. Mentre le emissioni dovute agli allevamenti sono in costante calo da anni, le emissioni legate a traffico, industrie ed energia nel mondo, al contrario, sono in costante crescita.
Non dimentichiamo poi che gli allevamenti più avanzati producono energia grazie al metano e al biogas che ricavano da deiezioni (letame, pollina, liquami) e scarti di macellazione.
Ci sono molte aziende ormai autosufficienti (se non in credito) nella produzione di energia termica ed elettrica, grazie alla valorizzazione di scarti che invece non solo vengono utilizzati riducendo l’uso di combustibili fossili (o di elettricità da fonte nucleare), ma che sarebbero molto costosi da smaltire, in ogni senso”, conclude Bertaglio.