Ombre sull'Arena. Le cosche e i cantieri delle grandi opere a Verona

Ombre sull'Arena. Le cosche e i cantieri delle grandi opere a Verona

Parcheggi, centri commerciali, la nuova tangenziale nord. Gli interessi delle cosche sui cantieri delle grandi opere a Verona.

Dall’entrata del casello di Verona Sud alle porte delle possenti mura cinquecentesche sono tre chilometri e mezzo, quattro minuti di percorrenza in auto. Lungo questo tragitto la giunta del leghista Flavio Tosi ha previsto la costruzione di ben undici centri commerciali per un totale di circa 380mila metri quadri. Nella sola area di Verona Sud sono previsti 4 milioni di metri cubi di cemento: un milione per edifici residenziali e tre milioni fra direzionale, commerciale e alberghiero. Un vero e proprio sacco della città, in stile anni ‘60. Ma a differenza di quegli anni ora non c’è traccia di nuovi bisogni abitativi o commerciali. Solo speculazione. E tra le maglie di questo “sviluppo”, pilotato dagli interessi privati, si staglia l’ombra della criminalità organizzata, come hanno denunciato a dicembre Legambiente e l’Osservatorio ambiente e legalità con il dossier Ndrangheta, corruzione, cemento. Intanto il vicesindaco con delega all’urbanistica, Vito Giacino, è stato costretto alle dimissioni per le inchieste in corso che riguardano il suo operato.

Terra di conquista. "Le previsioni urbanistiche del Comune raccontano che Verona nel 2016 avrà 25mila residenti in più – spiega Lorenzo Albi, presidente di Legambiente Verona e autore di un dettagliato dossier sulla cementificazione del capoluogo scaligero – In realtà da quando il piano degli interventi è stato approvato, nel 2006, il numero dei residenti è rimasto stabile se non un po’ diminuito, ma nessuno ha voluto rivedere le previsioni e così si continuerà a costruire senza che ve ne sia un effettivo bisogno". D’altronde è difficile intravedere il “bisogno” di 500mila metri quadri di nuovi centri commerciali, oltre il triplo di quelli già esistenti in città, di cui l’87% concentrati a Verona Sud, la vecchia zona industriale ora punteggiata di capannoni dismessi dopo la grande delocalizzazione nell’Est Europa degli anni ‘90. L’area è diventata terra di conquista per la speculazione fondiaria agevolata dai disinvolti dispositivi dell’urbanistica “contrattata”: i privati propongono al Comune la riqualificazione e l’amministrazione provvede al cambio di destinazione d’uso. "Gli strumenti urbanistici si sono trasformati nelle piattaforme tecniche che giustificano e notificano la speculazione edilizia – spiega Giorgio Massignan, autore dell’ebook La politica urbanistica dell’assessore Vito Giacino– I nostri attuali amministratori hanno delegato la pianificazione sull’uso del territorio agli operatori economici che, attraverso varie forme, non ultima la cosiddetta manifestazione d’interesse, scelgono e pilotano lo sviluppo della città sulla base dei propri specifici interessi". Per Lorenzo Albi, "è attraverso questi percorsi in cui l’amministrazione pubblica perde qualsiasi capacità di programmazione che possono trovare spazio soggetti che vogliono riciclare denaro frutto del nero o di attività illecite".

Progetti oscuri. Non solo case e centri commerciali: nel veronese incombono anche nuove opere, per un valore di 6 miliardi di euro, realizzate con il collaudato quanto opaco sistema del project financing. Fra tutte, la tangenziale nord lunga 13 km, di cui il 30% in galleria. "Una vera e propria autostrada che porterà il traffico pesante in quartieri densamente popolati – denuncia Alberto Sperotto, portavoce del comitato contro l’autostrada cittadina – Distruggerà il parco naturale dell’Adige con due viadotti e chilometri d’asfalto che sottrarranno tanta buona terra oggi coltivata a frutta e ortaggi". Grazie al project financing, i privati gestiranno l’opera e potranno chiedere i pedaggi. La Technital Spa, a capo di un gruppo di aziende veronesi, è stata scelta nel 2009 per progettare e realizzare l’infrastruttura. I costi si aggirano sugli 800 milioni di euro, il progetto attende la valutazione d’impatto ambientale dal ministero dell’Ambiente, ma il piano finanziario barcolla grazie alla crisi ed è soggetto a improvvisate revisioni. Al gruppo originario si è affiancata recentemente l’onnipresente Mantovani, il cui ex amministratore delegato Piergiorgio Baita il 5 dicembre scorso è stato condannato con patteggiamento a dieci mesi di reclusione per un giro di false fatture e alla confisca di beni per 100.000 euro. L’inchiesta procede per verificare l’esistenza del complesso sistema di tangenti ipotizzato dagli inquirenti.

Tentacoli al cemento. Tra le coincidenze emerse negli ultimi mesi c’è la storia di una ditta, la Soveco, che fa parte della cordata per la tangenziale e che avrebbe venduto, nel 2011 tramite una società controllata, e poi ristrutturato, un appartamento di prestigio alla moglie del vicesindaco e assessore all’Urbanistica Vito Giacino, messo nei guai dalle testimonianze di imprenditori che l’accuserebbero di richiedere favori in cambio di autorizzazioni. L’assessore però nega gli addebiti. La Soveco a Verona compare in molti grossi appalti pubblici. Oltre a far parte dell’associazione di imprese per il traforo delle Torricelle che servirà la tangenziale, la Soveco partecipa al progetto esecutivo di un filobus, a tre impianti di biogas, alla ristrutturazione dell’ospedale di Peschiera, più i soliti parcheggi e centri commerciali. La società sta facendo parlare di sè perché ufficialmente risulta di proprietà di Sabina Colturato e di Francesco Urtoler, ma in realtà sarebbe riferibile ad Antonino Papalia, calabrese di Delianuova, che ne è stato dipendente. Secondo la Polizia Tributaria di Verona (informativa numero 6.164 del 16 luglio 2009), questi ne sarebbe anche socio occulto e risulterebbe comunque amministratore e legale rappresentante di società rumene controllate dalla Soveco. Papalia risulta, tra l’altro, già coinvolto nel 1989 in un’indagine per traffico di esplosivi dal Sud al Nord Italia, ha subito una condanna per possesso abusivo di armi da fuoco e starebbe concludendo, insieme ad altre società, operazioni immobiliari in Romania da 700 milioni di euro. Ma in Italia Antonio Papalia nel 2010 ha dichiarato un reddito di 22.734 euro e analoghe somme negli anni precedenti. Malgrado le rassicurazioni dell’amministrazione comunale, ad oggi la Soveco spa non è riuscita a presentare la certificazione antimafia richiesta per la realizzazione del filobus nel comune di Verona ed è tutt’ora oggetto di un’inchiesta per frode fiscale. "Vedremo i risultati dell’inchiesta in corso – osserva l’avvocato Luca Tirapelle, veronese e presidente del Centro di azione giuridica del Veneto, che insieme a Legambiente sta lavorando a un esposto conoscitivo sulla vicenda – Il dato è che ad oggi non ha il certificato antimafia e l’amministrazione si è comportata in modo perlomeno superficiale non facendo controlli su una società così importante per l’edilizia veronese. Le violazioni fiscali di cui è stata imputata la Soveco dovevano suonare come un campanello d’allarme".

Indagini in corso. Le indagini sono in corso ma intanto ritorna alla mente l’ultima relazione della Direzione antimafia, relativa al secondo semestre 2012, che osserva: “Le attività condotte dalla Dia [...] hanno consentito di segnalare nell’ovest veronese e nel vicentino la presenza di ditte, operanti in particolare nel settore dell’edilizia, riconducibili ad aggregati criminali di Cutro (Kr), Delianova (Rc), Filadelfia (Kr) e Africo nuovo (Rc)”. E anche l’ultimo rapporto Ecomafia di Legambiente denunciava come “tra le diverse province, quella di Verona si segnala per una forte presenza mafiosa, soprattutto di origine calabrese”. Una denuncia ribadita anche nel dossier Ndrangheta, corruzione, cemento: "Ci domandiamo come possa operare nel settore dell’edilizia e delle opere pubbliche una società come la Soveco senza intessere alleanze politiche e imprenditoriali – conclude Lorenzo Albi di Legambiente Verona – Chiediamo che anche su queste venga fatta chiarezza".

Intanto il cemento sta per dare l’ultimo assalto al paesaggio veronese, deturpando anche le Torricelle, colline dolci punteggiate di case che ricordano la memoria di un paesaggio celebrato dal pittore Paolo Veronese e pianto da un grande geografo del novecento, Eugenio Turri, anch’egli veronese. L’odierna megalopoli padana non ha più confini e perde la sua anima. L’opera di pulizia, in riva all’Adige, si preannuncia dunque molto lunga.