Rifiuti, le lobby delle discariche

Rifiuti, le lobby delle discariche

Sono trascorsi 16 anni dall’approvazione del decreto Ronchi (la legge che rivoluzionò l’impostazione del ciclo dei rifiuti nel nostro paese) e diverse cose sono cambiate nel panorama nazionale.

In questi anni Legambiente è stata fra i protagonisti del processo di riconversione alla sostenibilità nella gestione dei rifiuti che ha cambiato gli stili di vita di tanti cittadini – basti pensare alla battaglia vinta contro gli inquinanti sacchetti della spesa usa e getta – raggiungendo diversi territori considerati “persi” (come molte aree del Centro Sud dove sono numerose le esperienze dei Comuni ricicloni) e creando anche una nuova economia. Si stanno infatti concretizzando esperienze imprenditoriali nelle nuove frontiere del ciclo dei rifiuti, come quelle che producono il biogas e il compost dall’organico differenziato o riciclano alcune frazioni merceologiche o tipologie di rifiuti che fino a qualche tempo fa erano considerate non riciclabili, quindi solo da bruciare o da smaltire in discarica (è il caso del rifiuto urbano residuo dopo una raccolta differenziata spinta nelle cosiddette “fabbriche dei materiali”, delle plastiche miste riciclate ad esempio dalla Revet di Pontedera o degli impianti sperimentali per recuperare materia dai pannolini usa e getta). 

Questo nostro lavoro è stato apprezzato da molti ma ha anche dato molto fastidio ad alcuni. Si è scontrato con gli immensi interessi in gioco di quelli che abbiamo sempre definito i “signori delle discariche”, vale a dire i proprietari o i gestori, privati o pubblici, di mega impianti di smaltimento. Una potente lobby che lavora in tutto il paese per condizionare pesantemente le politiche locali e nazionali per continuare a smaltire in grandi quantità i rifiuti sotto terra, spesso a prezzi stracciati che sbaragliano ogni altra ipotesi di gestione e ingessano ogni ipotesi di sviluppo di politiche di riciclaggio e prevenzione.

È il caso di Manlio Cerroni(principale indagato dell’inchiesta che ha portato il mese scorso all’arresto di sette persone con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata al traffico di rifiuti), a capo di un impero del settore nato grazie alla trentennale attività della mega discarica di Malagrotta a Roma ma anche delle discariche di Conversano o Massafra in Puglia, di Crotone in Calabria, di quelle in provincia di Chieti o Pescara, di Imperia e Genova o Pisa solo per fare alcuni esempi. Una lobby molto potente quanto quella dei “signori dell’incenerimento”, che ancora vorrebbero continuare a costruire nuovi impianti di combustione, o ad ampliare e ammodernare i vecchi, in uno scenario nazionale ormai completamente cambiato e saturo sotto questo punto di vista. 

Grazie alla “lobby del buco” l’Italia continua a essere un paese con un ciclo dei rifiuti urbani fondato prevalentemente sull’uso della discarica, nonostante la normativa europea da più di vent’anni preveda che questa diventi un’op- zione residuale dopo prevenzione, riciclaggio e recupero. Secondo il Rapporto rifiuti di Ispra, nel 2012 il 39% dei rifiuti urbani, pari a 11,7 milioni di tonnellate, è stato smaltito sotto terra con i “record” di Sicilia (83%), Calabria (81%) e Liguria (66%) e il primato in valore assoluto per quantitativi smaltiti sotto terra del Lazio (2,1 milioni di tonnellate). 

Nel nostro paese molti si stracciano le vesti perché continuiamo a smaltire in discarica troppi rifiuti ma nessuno ha fatto nulla. Questo vale soprattutto per la politica nazionale e locale. Si sono approvate addirittura leggi per favorire questa opzione di smaltimento (come le tante proroghe concesse dal Parlamento negli ultimi 15 anni al divieto di smaltire in discarica rifiuti non pretrattati, previsto addirittura dal decreto Ronchi del 1997).

Per combattere davvero la discarica l’unica opzione da praticare, oltre al rispetto della direttiva europea (ampiamente disattesa dall’Italia in alcune centinaia di impianti, il che ci sta costando una procedura d’infrazione e il rischio di sanzioni), è la leva economica. Serve imporre un aumento dei costi di conferimento, sfruttando appieno l’attuale versione dell’ecotassa regionale per lo smaltimento in discarica (definita da una legge del 1995), fissando al limite massimo di 25 euro a tonnellata l’entità del tributo regionale e prevedendo sconti per i Comuni più virtuosi. Ma è fondamentale anche che il ministero dell’Ambiente e il Parlamento approvino le modifiche normative necessarie ad aggiornare quello strumento pensato 18 anni fa e ormai assolutamente datato.

Solo in questo modo, facendo diventare la discarica un’opzione più costosa del riciclaggio e della prevenzione, potremo rottamare il modello fondato sull’attività di questi impianti come l’abbiamo visto fino ad oggi. Solo così potremo fare dell’Italia un paese “rifiuti free”.