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Erika De Nardo e Omar, che cosa fanno ora, dopo il massacro di Novi Ligure

Erika De Nardo e Omar che cosa fanno ora dopo il massacro di Novi Ligure

Bionda, i capelli lisci, il volto magro, affilato. Bella nonostante l'espressione serissima, stretta in un giubbino bordeaux, 16 anni appena. Era il 21 febbraio 2001 quando Erika De Nardo decise di sterminare la sua famiglia. Come complice il fidanzatino dell'epoca, Mauro Favaro, detto Omar. Una relazione strettissima tra i due, una bolla in cui si erano rinchiusi, nessun amico, solo lei e lui, sempre assieme, forse l'assunzione di cocaina per darsi coraggio, affrontare il mondo che li accettava poco e male. Un rapporto che non piaceva ai genitori di Erika: c'erano state delle liti, qualche porta sbattuta, la minaccia di punizioni, addirittura di allontanamento. Basta questo per sferrare 97 coltellate? Massacrare una madre, un fratellino?

21 febbraio 2001. Siamo a Novi Ligure, provincia di Alessandria, in via Decatra. Qui, in una villetta, abita la famiglia De Nardo: il padre Francesco professione ingegnere che quella sera si salva solo per un caso, la mamma Susanna Cassini, il piccolo Gianluca di 11 anni e lei, Erika, così bella ed enigmatica. E' la ragazza a dare l'allarme dopo la mattanza, dice che sono stati due albanesi, due bestie feroci, in un tentativo di rapina finito male, che lei è viva per miracolo, piange perfino. Giura di saperli riconoscere, li descrive, offre un identikit preciso. Però non ci sono tentativi di effrazione nella villetta, nulla è stato portato via, per terra solo qualche bottiglia infranta di liquore. Che strano.

Carlo Carlesi, il procuratore di Alessandria che ha alle spalle 40 anni di servizio e ne ha visto di cotte e di crude, quando entra nella casa ha un mancamento. Susanna è a terra, in cucina, in un lago di sangue, al piano di sopra nella vasca da bagno quasi piena d'acqua c'è Gianluca, c'è altro sangue. Il sangue è ovunque. L'Italia è sgomenta, si innescano le polemiche: troppi stranieri nel nostro Paese, c'è chi chiede pene esemplari.

E intanto Erika e Omar vengono condotti in Procura. Resteranno per cinque ore in una stanza, l'uno accanto all'altro, come al solito, protagonisti unici della loro bolla. Si abbracciano, si consolano. Non lo sanno che c'è una telecamera, c'è un microfono nascosto, che li stanno registrando.

Erika rassicura Omar: "Non andrai in prigione, mi credono, sono l’unica testimone". Mima col braccio il gesto di una coltellata e chiede al fidanzato: "Ma quante gliene hai date?". Omar sbotta, dice: "assassina", lei replica: "No, assassino sei tu".  La bolla si infrange, si accuseranno a vicenda.

La testimonianza di Favaro è sconvolgente. Racconta di un piano studiato da Erika in tutti i dettagli: i coltelli presi in cucina, i guanti gialli per lavare i piatti usati per non lasciare impronte, l'agguato a luci spente mentre Susanna e Gianluca tornano a casa. Il primo colpo inferto alla donna che cade in terra, urla: no, Erika no, ti perdono, e poi ancora ancora, fino alla morte, la fuga di Gianluca che piange, prega, che tentano di annegare nella vasca, poi altre coltellate, 97 in totale. Una furia cieca. Resta da uccidere il padre Francesco, fuori per una partita di calcetto. Omar dice no, esce dalla villetta, vomita, scappa via a bordo del suo motorino. Rimane solo Erika fredda come il ghiaccio.

Quando l'alibi degli albanesi killer decade, il Procuratore Carlesi convoca i due giovani assassini, pone un'unica domanda: perché? Perché lo avete fatto?

Non avrà risposte. La perizia psichiatrica parla di Omar come di un succube, mentre lei Erika è una personalità narcisistica di tipo manipolatorio, più intelligente della media, capace di autocontrollo. Il 14 dicembre vengono condannati a 16 e 14 anni, da scontare fino ai 21 anni nei carceri minorili e successivamente negli istituti di pena ordinari. Entrambi hanno scontato la pena. Di lui si sono perse le tracce, mentre lei, seguita dalla comunità di Don Mazzi, si è laureata in filosofia con il massimo dei voti, si è sposata, e ha avuto il privilegio raro di non essere mai abbandonata dal padre Francesco, mai. In una delle rare dichiarazioni concesse quest'uomo coraggioso, titanico e senza più lacrime ha detto: "E' l'unico pezzo della mia famiglia che ho ancora". A volte l'amore è più profondo dell'odio.

Musiche di www.fiftysounds.com

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