Nuovi ricoveri dopo la dimissione, ancora troppi

Brigida Stagno
di Brigida Stagno  - Medico

Tornare finalmente a casa per poi rientrare in ospedale: sono ancora troppe le persone ricoverate dopo una dimissione, circa 16 mila l'anno, soprattutto anziani. I nuovi ricoveri si verificano generalmente entro un mese e riguardano, secondo dati dell'Istituto Superiore di Sanità, il 9 per cento dei pazienti non chirurgici e il 4 per cento di quelli operati. Le“ riammissioni”, parametro utile per valutare l'efficienza e la qualità di un ospedale (così come la mortalità), vanno quindi ridotte, soprattutto quelle evitabili, cioè non previste, in quanto espongono i pazienti a un rischio ulteriore, sono dannose anche per le famiglie e costose per il sistema sanitario.

Le cause? Soprattutto le complicanze degli interventi chirurgici, come emorragie e infezioni, i tempi di ricovero troppo brevi e quindi le dimissioni premature, le cure inadeguate, gli effetti indesiderati dei farmaci, ma anche la malnutrizione. La riammissione può anche essere dovuta alla cattiva comprensione da parte del paziente delle raccomandazioni date da medici e infermieri al momento di lasciare l'ospedale e tornare a casa, a cui si può ovviare migliorando l’informazione al malato o ai familiari.

Secondo un recente studio condotto su 2milioni e 400mila pazienti americani all’Università del Michigan School of Medicine e pubblicato sulla rivista scientifica Lancet, quasi un paziente anziano su 5 oltre i 65 anni torna al Pronto Soccorso dopo un intervento chirurgico: il 17,3% rientra in ospedale una sola volta, il 4,4% più volte nel mese successivo. Nell'indagine le persone si erano sottoposte ai sei interventi chirurgici più comuni negli Stati Uniti, come l'angioplastica, il bypass coronarico, l'aneurisma addominale, le resezioni del colon per tumore, la frattura dell'anca, neurochirurgia della colonna. La frequenza delle complicanze può comunque essere ridotta con le tecniche mininvasive: stando ai dati del Programma Nazionale Esiti dell’Agenas 2013, che ha valutato 1400 ospedali pubblici e privati, dopo un intervento alla colecisti eseguito in laparoscopia il tasso è infatti sceso dal 2,28% nel 2010 al 1,52% nel 2012.

Ma come ridurre il numero delle riammissioni? “E' fondamentale migliorare la qualità delle cure, gestire in modo ottimale la dimissione del paziente (che deve stare bene al ritorno a casa), fornendo istruzioni più chiare, rafforzando la comunicazione e la collaborazione con il medico curante, che sostituirebbe l’ospedale diventando il riferimento principale per il paziente - spiega il Professor Francesco Corcione, Presidente Eletto della SIC durante il Congresso organizzato recentemente a Roma- “Un paziente chirurgico, cioè operato, è comunque più debole ed esposto, in quanto ha cambiato le proprie abitudini, è stato allettato, ha ricevuto farmaci potenzialmente in grado di alterare le sue condizioni fisiche e cognitive, aumentando il rischio di sviluppare una nuova malattia, che richiede ulteriori cure”.

Per rendere la chirurgia più sicura, bisogna puntare a tecniche chirurgiche sempre migliori e standardizzate, usare strumenti avanzati per il controllo delle complicanze, ridurre il rischio di infezioni della ferita con un'accurata profilassi preoperatoria, curare lo stato nutrizionale, selezionare i pazienti da trattenere in Terapia Intensiva. Un importante studio pubblicato su Lancet nel 2012 sulla mortalità registrata dopo un intervento non cardiaco, condotto su 498 ospedali in 28 paesi europei, ha dimostrato come 1 o 2 giorni di degenza in Terapia Intensiva possano evitare il 43% delle morti, ma il suo ricorso è spesso condizionato e limitato dai livelli di spesa sanitaria.

 

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