Funzionano davvero le diete di moda?

Brigida Stagno
di Brigida Stagno  - Medico

Il loro successo dipende soprattutto dalla fama di chi la segue, più che da una loro reale efficacia: a distanza di tempo le diete di moda non sempre funzionano, perché spesso non bilanciate dal punto di vista nutrizionale. Almeno all'inizio questi regimi alimentari promettono e assicurano però un rapido calo di peso, una pelle più compatta, un fisico asciutto e tanta energia.

Tra le diete più in voga, c'è stata la Dieta a zona, ideata nella metà degli anni ’90 da Barry Sears e seguita da personaggi dello spettacolo e da sportivi. Si basa soprattutto sull’eliminazione dei cibi ad alto indice glicemico, che alzano cioè maggiormente la glicemia, sull’integrazione con acidi grassi omega-3 e sulla maggiore introduzione di proteine. Nella dieta a zona l’apporto di carboidrati, proteine e grassi rispetta la percentuale 40-30-30 (diversamente dal modello mediterraneo), non si contano le calorie e per misurare le dosi si usa un sistema di blocchi e blocchetti. L’inconveniente di questo schema iperproteico sono l’eccesso di proteine, che alla lunga può essere dannoso per i reni ( viene consigliato per questo di bere molta acqua).

La dieta South Beach è invece un piano dietetico creata dal famoso cardiologo Arthur Agatston e basato sulla limitazione dei carboidrati, sul controllo dell'indice glicemico e sulla scelta dei grassi considerati più sani. Queste regole, secondo Agatston, sono indispensabili per raggiungere e mantenere il peso forma, diminuendo il rischio di cardiovascolare e l'insulinoresistenza.

Completamente diversa è la strategia della dieta Atkins, molto popolare negli Stati Uniti, basata sulla riduzione dei carboidrati e sull'aumento del consumo di proteine e grassi: il dimagramento si verifica perché in assenza di carboidrati l’organismo utilizza tutte le riserve di zuccheri, per poi attaccare le scorte di grasso e le proteine. L’ago della bilancia torna però a salire appena la dieta viene interrotta e si introducono di nuovo i carboidrati.

Più equilibrata è invece la Weight Watchers, nata negli anni ’60, che non si propone solo come dieta dimagrante, ma come modello di educazione alimentare. Una delle caratteristiche che garantisce il suo successo sono le riunioni moderate da esperti di alimentazione e da psicologi, in cui ognuno espone le proprie difficoltà, i propri successi e le proprie strategie per perdere peso. L'approccio Weight Watchers è quello classico proposto dalla maggior parte dei dietologi "mediterranei": dieta ipocalorica di 1200-1300 calorie giornaliere, che si segue per un minimo di 3 settimane e che richiede la massima precisione nel seguire sia la lista degli alimenti proposti, che il peso in ogni pasto.

C'è poi la dieta aglutinata, che promette la perdita di peso attraverso l'abolizione dei cibi contenenti glutine, la dieta del gruppo sanguigno, ideata dal naturopata americano Peter J. D'Adamo o la Dieta Punti, in voga anni fa: quest'ultima è una dieta iperproteica e povera di carboidrati, in cui ogni cibo ha un certo numero di punti, proporzionale al contenuto di glucidi e per dimagrire non bisogna superare i 40-60 punti.

Ma quanto c'è di vero nelle promesse di queste diete? Secondo uno studio canadese, condotto alla McGill University di Montreal e pubblicato su “Circulation: Cardiovascular Quality and Outcomes”, giornale dell' American Heart Association,i benefici a lungo termine di queste diete commerciali, non sarebbero assolutamente evidenti. L'indagine ha analizzato 12 trial clinici, che hanno valutato quattro diete (Atkins, South Beach, Weight Watchers e dieta a zona) arrivando a una conclusione chiara: la perdita di peso in un anno, variabile dai 2 ai 6 chili, è paragonabile al dimagrimento ottenuto con una normale alimentazione a basso contenuto di grassi.

Per quanto riguarda gli effetti su colesterolo, pressione sanguigna e altri fattori di rischio cardiovascolare, non ci sono anche in questo caso significative differenze. Non solo, ma i chili persi ritornano in due anni, se si riprendono le vecchie abitudini. Secondo Mark J. Eisenberg, uno degli autori, ancora non si conosce l'efficacia a lungo termine di queste diete nell'aiutare le persone a dimagrire e nel diminuire i fattori di rischio cardiovascolare, malgrado la loro popolarità e il loro contributo all'industria multimilionaria delle diete dimagranti. Servirebbe uno studio più rigoroso, in grado di monitorare nel tempo il dimagrimento e gli effetti sulla salute di questi regimi alimentari.

Insomma, il problema delle diete in generale non è arrivare al peso ideale, ma mantenerlo: un terzo circa dei chili persi vengono recuperati nell'anno successivo.Una metanalisi pubblicata due anni fa su British Medical Journal aveva concluso che il peso perso può essere mantenuto seguendo alcune regole solo apparentemente semplici e scontate: praticare attività fisica costante, controllare nel tempo il peso (pesarsi almeno una volta alla settimana), stabilire il proprio fabbisogno calorico ed evitare i comportamenti alimentari errati che hanno portato al sovrappeso (troppe calorie, troppi grassi, poche proteine e fibre), riconoscendo anche le circostanze emotive responsabili degli eccessi.

 

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