Psicofarmaci nei bambini, ecco come e quando usarli

Brigida Stagno
di Brigida Stagno  - Medico

Ansiosi, depressi, insonni, aggressivi, iperattivi e disattenti: in Italia sono 400 mila i bambini e adolescenti che soffrono di un disturbo psichiatrico, 20 mila dei quali in cura con psicofarmaci, in particolare antidepressivi, ansiolitici o amfetamine, ma si tratterebbe solo della punta di un iceberg e il dato sarebbe, in realtà, sottostimato. Il numero, in forte crescita negli ultimi anni, preoccupa e scatena molte polemiche (soprattutto da parte del Comitato italiano "Giù le mani dai bambini") per i potenziali rischi in caso di abuso o uso inappropriato nei più giovani. Negli Stati Uniti a più di dieci milioni di bambini vengono somministrati quotidianamente anfetamine o psicofarmaci per tentare di risolverne disagi, che probabilmente potrebbero essere affrontati con metodi diversi.

Secondo dati recenti dell'AIFA (l'Agenzia Italiana del Farmaco) sull'efficacia e sicurezza degli antidepressivi nei minori, il consumo di antidepressivi appartenenti alla classe dei SSRI (tra i più usati) dalla loro introduzione è cresciuto gradualmente (in un anno del 13 per cento), soppiantando quasi completamente i vecchi triciclici. Il motivo? Le troppe prescrizioni di psicofarmaci sarebbero dovute spesso a diagnosi non corrette da parte dei medici di base, ma probabilmente a volte anche degli specialisti, che ritengono che alla base del disturbo ci sia un fattore biologico curabile solo con i farmaci.

L'abuso di farmaci e psicofarmaci è sempre rischioso? - In età pediatrica e durante l'adolescenza l'abuso di farmaci in generale e di psicofarmaci in particolare è sempre rischioso: le conseguenze vanno dai disturbi gastrointestinali (diarrea, nausea, vomito), alle reazioni allergiche (orticaria), al tremore, alla sonnolenza, fino a effetti più gravi. Nei più piccoli è necessaria più attenzione perché, come sosteneva Abraham Jacobi, il padre della pediatria americana, esiste una grande differenza tra gli adulti e i bambini, "da non considerare semplicemente come uomini e donne in miniatura". Per loro è perciò fondamentale avere farmaci studiati ad hoc. Le cose, purtroppo, non vanno sempre così: solo il 30 per cento dei farmaci usati in pediatria sono stati sperimentati anche nell'infanzia e le conoscenze disponibili per l'uso degli psicofarmaci sul dosaggio ideale e sui potenziali effetti collaterali in età evolutiva sono scarse e spesso adattate a quelle acquisite nell'adulto.

Durante la crescita l'uso di farmaci in generale dovrebbe invece essere più oculato e appropriato senza essere necessariamente la prima scelta terapeutica. A sostenerlo sono anche gli esperti dell'Istituto Mario Negri di Milano, che hanno pubblicato il volume "Psicofarmaci nell'età evolutiva" , un vero e proprio manuale anti-abuso, una guida pratica basata sulle evidenze usare queste molecole in modo più razionale.

Se i rischi esistono non mancano però anche i vantaggi e secondo molti psichiatri, bisognerebbe eliminare i troppi pregiudizi dannosi su questi farmaci nell'infanzia. anche se, in ogni caso, il primo intervento dovrebbe essere di tipo pedagogico ed educativo. In alcune situazioni gli psicofarmaci possono essere utili, se non addirittura indispensabili, ma vanno integrati con altre terapie, come la psicoterapia individuale e il supporto alla famiglia. L'esperienza della sofferenza in un bambino depresso può infatti compromettere lo sviluppo della sua personalità e in certi casi gli antidepressivi possono rendere più efficace e meno lunga la psicoterapia. Si tratta comunque sempre di farmaci, che pur non dando dipendenza, non devono essere prescritti con troppa facilità, ma solo dallo psichiatra esperto in disagi infantili e dell'adolescenza.

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