Stipsi cronica, un problema frequente da non trascurare

Brigida Stagno
di Brigida Stagno  - Medico

Caldo, disidratazione, alimentazione disordinata, viaggi, mancanza del proprio habitat familiare, cambiamenti di orari: in vacanza e nei mesi estivi la stipsi può diventare un problema o peggiorare in chi ne soffre da sempre. La metà non consulta però il medico, ricorrendo spesso all'autocura con qualche lassativo o con prodotti di erboristeria (a volte solo apparentemente innocui), e rivolgendosi solo dopo molti anni a un centro specialistico. La stipsi cronica colpisce più del dieci per cento della popolazione, nell'80 per cento dei casi quella femminile, con costi elevati, peggioramento della qualità di vita, pesanti effetti sulla percezione del proprio stato di salute e, in particolare nei casi più gravi (che rappresentano circa il 2-4 per cento del totale), limitazioni dell'attività quotidiana.

I dati in proposito parlano chiaro. Secondo una recente indagine LIRSL – Laxative Inadequate Relief Survey, condotta a livello nazionale su un campione di 900 pazienti con stipsi cronica, afferenti a 39 centri di gastroenterologia in tutta Italia, il 46% giudica la propria salute "non buona". Chi ne è colpito si percepisce come un malato cronico, attribuendosi un grado di invalidità pari a quello di una persona ipertesa o con artrosi e superiore a quello di chi soffre di emicrania.

"L'approccio medico non deve quindi limitarsi a considerare e curare solo il disturbo, ma valutare lo stato di sofferenza e gli effetti sulle relazioni sociali e sull'attività fisica, deve cioè essere impostato sul cosiddetto "modello bio-psico-socio-comportamentale". - spiega Enrico Corazziari, Professore Ordinario di Gastroenterologia all'Università "La Sapienza" di Roma, durante il congresso (da lui presieduto) promosso nella capitale dall'Associazione per la NeUroGastroenterologia e la Motilità Gastrointestinale. - "L'obiettivo finale è anche permettere al paziente di svolgere le normali attività quotidiane e prevenire le complicanze (dalla malattia diverticolare del colon, alle emorroidi, alle ragadi anali, fino alla perforazione, al megacolon, all'ostruzione da fecaloma".

Di fronte a una stipsi cronica è quindi sempre necessario consultare lo specialista o, meglio ancora, un centro dedicato, per differenziare la forma "primitiva o funzionale", in cui non si riconosce una causa evidente, da quella secondaria, dovuta a cause organiche (come i tumori intestinali, le compressioni estrinseche, la cosiddetta sindrome da "outlet obstruction", le malattie neuromuscolari, come sclerosi multipla o il Parkinson, quelle ormonali, come diabete, ipotiroidismo, ma anche le cosiddette "nuove stipsi", associate a micosi intestinale, a intolleranza al glutine o al lattosio.

Nei casi più severi può essere indicato eseguire esami specifici, come la colonscopia, soprattutto di fronte a un improvviso cambiamento della abitudini intestinali o alla presenza di sangue nelle feci, lo studio del transito intestinale, la manometria anorettale e la defecografia.

Ma come risolvere il problema? Il primo passo, comune a tutti i pazienti, dovrebbe sempre essere di tipo educazionale. Chi ha un problema di stipsi deve essere informato sul ruolo di una dieta adeguata, ricca di fibre e acqua e dell'attività fisica, della prima colazione fatta con calma per non reprimere lo stimolo della defecazione, sui meccanismi che regolano i ritmi della defecazione, sull'importanza dell'esercizio fisico costante, che favorisce la motilità intestinale e delle pause di relax da ritagliarsi nella giornata. "La svolta che ha cambiato l'approccio alla gestione del paziente stitico si è avuta, proprio di recente con il riconoscimento della cronicità del disturbo e della sofferenza nei casi severi, ma anche con l'introduzione di farmaci efficaci, sicuri e con scarsi effetti indesiderati, che spesso devono essere dati anche per periodi molto lunghi". – sostiene Corazziari, autore del libro "La Stipsi Cronica", edito da Messaggi International.

Ma quale è la cura giusta? Possono aiutare le sostanze che aumentano la massa fecale e quindi la motilità dell'intestino, come colloidi idrofili ricavati dalle parti non digerite di frutta e verdura, agar, metilcellulosa, psillio, crusca, così come i probiotici (fermenti lattici contenuti anche nello yogurt), da assumere per almeno un mese, perché aiutano a ricostituire la flora microbica intestinale. "Se questi accorgimenti, uniti alle variazioni della dieta, non raggiungono l'esito  sperato, - raccomanda Corazziari- si può ricorrere a due molecole che, per l'elevata efficacia e sicurezza, possono essere assunte per lunghi periodi: il macrogol o polietilenglicole, un lassativo osmotico (che agisce idratando le feci senza però determinare disidratazione e è indicato anche nei bambini) e la prucalopride, agonista selettivo del recettore della serotonina (5-HT 4). Questo farmaco procinetico, da poco disponibile sul mercato italiano, agisce stimolando la peristalsi del colon in modo fisiologico e permettendo all'intestino di svuotarsi più rapidamente".

?

 

 

Ultimi articoli di Brigida Stagno