Sindrome da fatica cronica, un disturbo dalle origine ancora oscure

Brigida Stagno
di Brigida Stagno  - Medico

Sonnolenza, stanchezza persistente che ostacola le attività quotidiane, dolori muscolari, vuoti di memoria, difficoltà di concentrazione: sembrerebbero sintomi generici, più volte sperimentati da chi va dal medico e spesso associati a stress o a sindromi ansioso-depressive, ma se persistono per almeno sei mesi, non sono alleviati dal riposo e peggiorano, potrebbero essere la spia della Sindrome da Fatica Cronica.

Conosciuta a livello internazionale con la sigla Cfs (Chronic Fatigue Syndrome), la cui ultima definizione risale al 1994, la sindrome colpisce il 2 per cento della popolazione mondiale e in Italia circa 300 mila persone (più spesso donne intorno ai 30 anni), incidendo anche pesantemente sulla vita sociale, lavorativa e affettiva. Oltre alla fatica cronica, che si accentua con piccoli sforzi, per definire questa sindrome devono essere presenti, sempre per almeno 6 mesi, quattro o più sintomi specifici: disturbi della memoria e della concentrazione, faringite, dolori ai linfonodi cervicali e ascellari, dolori muscolari e articolari, cefalea, sonno non ristoratore e debolezza, che insorge dopo l'esercizio fisico e dura per almeno 24 ore.

Le cause, ancora oscure, sono da tempo oggetto di dibattito nel mondo scientifico: l'ipotesi più accreditata è che in gioco ci siano più condizioni, tra cui infezioni persistenti, alterazioni del sistema immunitario, che risponderebbe in maniera anomala a eventuali infezioni, alterazioni genetiche. Non si tratta di una malattia degenerativa o fatale, ma l'esordio è in genere improvviso e molto debilitante: la  grande stanchezza e la sensazione di essere “svuotati di ogni energia” non ha un legame con uno sforzo fisico eccessivo e non sempre migliora con il riposo o con i farmaci, tanto da costringere chi ne soffre a stare a letto anche tutto il giorno.

Ma come riconoscerla e, soprattutto, come curarla? Non esistono esami diagnostici specifici e solo l'esclusione di altre malattie attraverso la valutazione clinica e analisi particolari può indirizzare verso la sindrome da stanchezza cronica: tra queste, l'anemia, eventuali infezioni o malattie del sangue (come la mononucleosi, l'epatite cronica B o C ), malattie della tiroide (ipotiroidismo), depressione o ansia, tumori, demenza, abuso di alcol. In Italia esistono centri dedicati ai quali rivolgersi per diagnosticare la sindrome, come l'Unità CFS dell'Istituto Nazionale Tumori di Aviano o il centro di Chieti e Pisa.

Con la diagnosi certa e la cura giusta è possibile guarire o quanto meno ottenere un miglioramento dei sintomi in alcuni pazienti, ma nella maggior parte dei casi la patologia dura  anni e non esistono farmaci capaci di guarire definitivamente in quanto la causa è sconosciuta. Chi ne soffre può avere benefici con gli antivirali, gli antidolorifici, gli immunomodulatori, gli integratori alimentari o modificando lo stile di vita. Utile è anche la terapia cognitivo-comportamentale, l’esercizio fisico e la cosiddetta “terapia adattiva”,mirata a una riduzione delle attività per ritrovare il giusto equilibrio e l'energia, ma che secondo una ricerca condotta per 6 mesi su oltre 600 pazienti e pubblicata la scorsa primavera sulla rivista scientifica “The Lancet”,  sarebbe meno efficace.

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