La rettocolite ulcerosa, una malattia a volte grave, ma che può essere curata

Brigida Stagno
di Brigida Stagno  - Medico

Sono circa 80 ogni anno in Italia i nuovi casi di rettocolite ulcerosa per milione di abitanti e in totale oltre 100.000 le persone affette dalle malattie infiammatorie croniche intestinali (che includono anche il Morbo di Crohn). A essere colpiti sono soprattutto i giovani, con un secondo picco di incidenza tra i 60 e i 70 anni.

Nella colite ulcerosa, a differenza della malattia di Crohn, l'infiammazione interessa solo il grosso intestino, cioè il colon, e soprattutto la sua parte terminale, il retto e il sigma (con ulcerazioni multiple della mucosa). I dolori addominali, la diarrea cronica associata spesso a sangue e muco nelle feci e il dimagramento peggiorano notevolmente la qualità della vita, lavorativa, sociale, affettiva. Più raramente si aggiungono sintomi a carico delle articolazioni, del fegato, della pelle, degli occhi e nelle forme più gravi è necessario il ricovero in ospedale.

La diagnosi non sempre è tempestiva e può arrivare addirittura con due anni di ritardo rispetto all'inizio dei disturbi. Si tratta comunque di una patologia curabile (anche se non facile da gestire) e nella grande maggioranza dei casi chi ne soffre riesce con le cure adeguate e continuative (cioè una buona adesione alla terapia) ad avere una qualità di vita normale, almeno nelle fasi di remissione completa (in cui non ci sono sintomi), che si alternano a quelle di attività, in cui l'infiammazione è invece più intensa.

Una ricerca, realizzata da DoxaPharma, presentata lo scorso autunno, dal titolo "Cogli la Vita - La mia vita con la colite ulcerosa" e condotta in 31 centri italiani attraverso 858 interviste ai malati, ne ha però sottolineato il forte impatto quotidiano sulla vita professionale, sociale e privata: la rettocolite ulcerosa crea molte difficoltà e dovrebbe spingere a dare maggiore attenzione a chi ne è colpito. Proprio per questo da anni di malattie infiammatorie intestinali si occupa AMICI (l'Associazione per le Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali), che riunisce le persone malate e i loro familiari, con molte sedi in diverse regioni italiane.

La terapia, spesso continuativa, prevede l'impiego di diversi farmaci, dai cortisonici, necessari per attenuare le fasi di riaccensione dell'infiammazione, agli immunosoppressori, come il metotrexate o l'azatioprina, in grado di modulare il sistema immunitario coinvolto nello sviluppo della malattia. Una volta superata la fase acuta, la terapia di mantenimento prevede invece gli aminosalicilati (5-ASA, mesalazina). Negli ultimi anni il trattamento è molto migliorato grazie ai farmaci biologici, che bloccano la malattia agendo in modo selettivo sui meccanismi di controllo dell’infiammazione, in particolare gli anticorpi monoclonali antiTNF-alfa, come infliximab. Questi farmaci, più innovativi, sono indicati soprattutto per le forme resistenti ai cortisonici e all’azatioprina, ma possono essere efficaci anche in uno stadio meno avanzato. Pur non determinando la guarigione (in quanto non agiscono sulle cause, ancora poco note), favoriscono il controllo dei sintomi e la regressione e stabilizzazione delle lesioni, tali da permettere al paziente di stare bene per un periodo più lungo e riducendo quindi gli interventi chirurgici e i ricoveri in ospedale.

La chirurgia è importante ed è in genere risolutiva (asportazione del colon malato), ma si tratta di una chirurgia difficile, che richiede un chirurgo esperto e il giusto momento per intervenire. E' necessaria nelle forme severe che non rispondono entro breve (7-10 giorni) ad un trattamento intensivo con corticosteroidi, ciclosporina o infliximab, oppure nelle forme croniche, invalidanti, resistenti al trattamento medico o con dipendenza da cortisonici. Ovviamente, l’intervento è necessario quando la malattia viene complicata dallo sviluppo di cancro del colon- retto o di una displasia grave, una lesione chiaramente precancerosa. Esiste infatti un maggiore rischio tumorale, correlato con la durata e l'estensione della malattia.

Ecco perchè dopo 8- 10 anni i malati vanno seguiti maggiormente con colonscopie periodiche: controlli frequenti e cure adeguate riescono comunque a portare la probabilità di sviluppare un carcinoma a un livello poco superiore a quello della popolazione generale.

 

 



 

 

 

 

 

 

 

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