"17 telefonate per un sì": Diana, Claudio e quel lavoro romanticissimo e unico al mondo

Fanno coppia nella vita e nel lavoro da oltre 40 anni. "Dedichiamo le serenate in giro per l'Italia. Siamo ambasciatori della posteggia, che non vuol dire che siamo posteggiatori". E a chi gli chiede "Sì, ma ... il lavoro vero?" rispondono così

di Cinzia Marongiu

Vengono da Salerno, stanno insieme da oltre 40 anni e fanno uno dei lavori più originali e meravigliosamente anacronistici del mondo. Diana Ronca e Claudio De Bartolomeis infatti suonano le serenate d’amore in giro per tutta l’Italia e anche all’estero. Sono gli ambasciatori della posteggia napoletana nel mondo, o come dice bene il titolo del loro primo libro, “Gli ultimi romantici”. Li incontriamo in una delle tante tappe della loro vita nomade, fatta di gavetta, sacrifici, studio della musica (lei è cantante e pianista, lui chitarrista e batterista) ma anche di tantissima gioia, “perché non c’è niente di più bello che contribuire a rendere gli altri felici”.

Che cosa fate di preciso? E che cosa è esattamente la posteggia?

“La posteggia è un genere musicale antichissimo e racchiude tutti classici napoletani. Si chiama posteggia non perché noi posteggiamo le auto”, dicono scherzando, “ma perché ci fermiamo in un posto e dedichiamo dei brani. È un repertorio itinerante. Il ramo più conosciuto della posteggia sono le serenate e noi dedichiamo proprio quelle”.

In un mondo affollato di brutte notizie e riflesso sui social da offese e polemiche, voi due che andate in giro a cantare l’amore sembrate due mosche bianche. Come vi è venuta questa idea?

“Perché nel mondo ci sono pazzi più pazzi di noi. Io credo che dovremmo far vedere di più il bello e invece sommersi da cattiverie e atrocità. La verità è che nel mondo ci sono tante persone bellissime. Può sembrare strano, ma abbiamo tantissime richieste, soprattutto da parte dei più giovani. C’è chi chiede la propria ragazza in sposa con l’anello, c’è addirittura chi si inginocchia”.

Voi avete scritto anche un secondo libro, che riassume bene nel titolo la domanda che più spesso vi viene rivolta, e cioè: “Sì, ma … il lavoro vero?”. Quando ve la sentite fare come reagite?

“Il fatto è che si pensa che di arte non si possa vivere, che di musica non si possa campare. Il nostro lavoro viene recepito come un’occupazione da week end, come un secondo lavoro. Comunque quando ce lo domandano, non ci offendiamo. Nella prefazione, Catena Fiorello lo scrive chiaro: questo è un lavoro che si può fare solo se c’è lo studio e una grandissima dedizione. Di certo noi non abbiamo le garanzie del classico posto statale. Ti devi dare anima e cuore a questa attività”.

Perché?

 “Il fatto è che sei il datore di lavoro di te stesso, devi essere severo e stare sul pezzo. Ed esere disposto a fare tanta gavetta. Io canto da quando ero piccola ma l’esperienza più importante, quella che ci ha forgiato di più l’abbiamo fatta insieme nell’87 con Pupo: fare 40 serate di piazza come primo lavoro no è stato uno scherzo. Poi abbiamo cercato di farlo da soli. Abbiamo suonato nei posti più improbabili avendo la lungimiranza di non fermarci sotto casa. Per anni, quando ancora non esistevano i cellulari, abbiamo inventato delle cartoline che spedivamo in tutta Italia. Poi cambiavamo 5000 lire in gettoni e andavamo in una cabina col discorsetto già pronto: i sì erano pochissimi. Mi ricordo di un gestore di un locale che ci ha detto di sì dopo 17 chiamate. Ha premiato la nostra perseveranza”.

Siete una coppia nella vita oltre che nel lavoro: quali sono le gioie e i dolori del fare un’attività che vi porta a stare così tanto insieme?

 “Abbiamo festeggiato 40 anni insieme. Stiamo insieme 24 ore su 24. Le gioie sono tantissime perché siamo stati fortunati a incontrarci e i dolori pochi. Il merito è anche aver preservato gli interessi di ognuno dei due: io adoro ricamare e lui il tennis da tavolo. E poi, quando usciamo la sera, ci dedichiamo agli amici”.