No ai pantaloni corti, ai jeans coi buchi, e alle maglie stracciate: le regole per vestirsi a scuola

La battaglia della preside di un istituto di Rimini: "Gli studenti imparano a non andare trasandati al lavoro". Nota scritta a chi trasgredisce

Redazione Tiscali

È l’ingrata età degli sconvolgimenti ormonali, delle prime scoperte fuori di casa e della ribellione all’autorità, familiare e istituzionale. L’adolescenza è una fase con la quale gli adulti, pur essendoci passati, hanno spesso difficoltà a rapportarsi percependola come un’esplosione di fastidiosa esuberanza e disordine. A questo disordine prova porre un freno Sabina Fortunati, dirigente dell’istituto da Vinci Belluzzi di Rimini, che lo fa con uno strumento vecchio come il mondo ma troppo spesso ignorato dai genitori contemporanei: le regole.

Sciatteria vietata

No ai pantaloni corti, ai jeans con i buchi, alle canotte, alle magliette stracciate, ai cappellini, alle ciabatte. Come racconta al Corriere della Sera, Sabina Fortunati ritiene che a scuola sia opportuno presentarsi con un abbigliamento «consono», come recita il regolamento dell’istituto da lei guidato. Una visione di vecchio stampo? «No, macché. Ma decoro e rispetto vanno recuperati. Forse abbiamo allargato le maglie un po’ troppo, e invece gli studenti devono ricordare che la scuola è un’istituzione pubblica, dove si trasmettono valori e si educa ai principii».

La nota per chi trasgredisce

Per questo nuovo anno scolastico la scuola ha adottato un regolamento che prevede una nota o un richiamo scritto - dopo tre infrazioni - per chi andrà a scuola in abbigliamento non consono all'ambiente.

Cura personale e rispetto

L’idea è che fuori dalle mura scolastiche i giovani possano fare quello che vogliono, ma debbano percepire la differenza fra luoghi e circostanze: «Non ingeriamo nella vita dei privati, né ne facciamo una questione estetica. E neanche pretendiamo di essere come un luogo sacro, dove si entra solo a capo coperto. Ma i ragazzi devono capire che ogni luogo comporta un atteggiamento adatto, che esistono contesti formali e informali, in base ai quali si sceglie come vestirsi. E che la cura della persona è la prima presentazione». Un regolamento nato da esigenze e segnalazioni soprattutto dei docenti: «Ma anche a me è capitato di vedere nei corridoi studenti con jeans a cui mancavano pezzi interi, e mi è venuto spontaneo chiedere loro: li avete pagati con soldi interi o bucati?».

La collaborazione dei genitori

Ma perché imporre regole sull’abbigliamento? Perché prescrivere il rispetto di una forma che dagli studenti può essere percepita come una violazione alla loro libertà di espressione? «Li prepariamo al futuro. Quando iniziano a fare alternanza scuola-lavoro, con stage in azienda, devono capire che ci sono ambienti di lavoro dove non si può essere troppo sportivi o trasandati. Se vanno in gita, o al parco, o al pub, possono fare quel che vogliono». In fondo la missione della scuola è proprio quella: preparare alla vita che verrà dopo, soprattutto quella professionale, al resto dovrebbero pensare mamma e papà. «Il dialogo tra scuola e famiglia è importante, e noi infatti cerchiamo la collaborazione dei genitori per far capire agli studenti che un abbigliamento può andar bene per accompagnarli a scuola ma magari non per parlare col preside».