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Bimba morta, l'identikit psicologico della madre. Oltre gli insulti: il commento di Simona Ventura e Francesca Barra

L'atroce morte della piccola Diana continua a far discutere. Intanto dal carcere di San Vittore il gip fornisce dettagli sulla madre incarcerata per omicidio volontario per futili motivi: "Non ha rispetto per la vita umana"

Bimba morta, l'identikit psicologico della madre. Oltre gli insulti: il commento di Simona Ventura e Francesca Barra

Si accartoccia il cuore a scrivere e a leggere della morte della piccola Diana. Lo si sente comprimersi fino a farlo diventare una fessura mentre si immagina la morte per fame e per stenti di una bimba di un anno e mezzo abbandonata dalla madre per sei giorni e ritrovata ormai senza più vita e senza la forza di emettere singhiozzi e lacrime, grida di aiuto e di disperazione. Si fa fatica a sopportare l’idea delle ultime ore di sofferenza di quella creatura lasciata di sé stessa, con un biberon e un pannolino come compagni di strada verso una fine crudele e scontata. E si stenta davvero a leggere lo stillicidio di notizie che arrivano dal carcere di San Vittore di Milano dove la madre, Alessia Pifferi, 37 anni, è stata interrogata dal gip. "Io ci contavo sulla possibilità di avere un futuro con lui (il compagno, ndr) e infatti era proprio quello che in quei giorni stavo cercando di capire; è per questo che ho ritenuto cruciale non interrompere quei giorni in cui ero con lui anche quando ho avuto paura che la bambina potesse stare molto male o morire". Con queste parole la donna ha tentato di giustificare il suo incomprensibile comportamento. E mentre il giudice ha disposto per la donna il carcere per omicidio volontario nell'ipotesi omissiva aggravato da futili motivi, si viene a sapere che Alessia Pifferi non si è limitata a prevedere e accettare "il rischio" che la sua bambina morisse ma, "pur non perseguendolo come suo scopo finale, alternativamente" lo ha voluto, visto che per "paura" e "orgoglio” non ha voluto chiedere aiuto alla sorella. Sorella che avrebbe potuto "in qualsiasi momento andare nel suo appartamento a soccorrere la figlia". Dall’interrogatorio è emersa anche una "forma di dipendenza psicologica dall'attuale compagno, che l'ha indotta ad anteporre la possibilità di mantenere una relazione con lui anche a costo dell'inflizione di enormi sofferenze" alla bimba. L’identikit tracciato del gip non lascia scampo: si tratta di una donna "incline alla mistificazione e alla strumentalizzazione degli affetti" che non ha "rispetto per la vita umana".  Di certo non per quella della piccola Diana.

FRANCESCA BARRA: RIVOLGETEVI A UN'ASSOCIAZIONE CHIEDETE AIUTO

Si fa fatica, certo, ma bisogna comunque forzarsi di scendere in quegli inferi, di scriverne e parlarne e non certo per sputare sentenze e insulti ma perché non accada di nuovo. Perché altri bambini non facciano la fine di Diana e non vengano uccisi dalla crudeltà, dal disagio e dall’indifferenza. E così mentre in queste ore i social ribollono di epiteti violenti e aggressivi nei confronti di questa donna, è interessante leggere il punto di vista di due madri famose che sono anche donne capaci di interrogarsi, di non limitarsi a puntare il dito e di cercare anche nella melma di un dolore così sordo una via d’uscita per altre madri sventurate che evidentemente non sentono l’istinto di maternità e che vivono i figli come un peso e non come una benedizione e una gioia. “Ho letto qualsiasi tipo di offesa e non voglio accanirmi sulla donna, ma ho bisogno di fare un appello”, scrive la scrittrice e giornalista Francesca Barra, madre di quattro figli, la più piccola Athena di pochi mesi. “Se non vi sentite in grado di occuparvi di un figlio, rivolgetevi ad un’associazione, chiedete aiuto a un professionista. Non aspettate che la depressione o la stanchezza, la rabbia, la pazzia, diventino incontrollabili. Non dovete vergognarvi di non farcela, semmai di come trasformerete una debolezza in un reato. Donate alla creatura che avete messo al mondo la vita che merita, rendete possibile in altro modo il diritto alla felicità. E chiunque veda qualcosa di strano, non si giri mai dall’altra parte. Diciotto mesi non possono essere trascorsi senza un segnale di pericolo. È vero che non possiamo occuparci di chiunque o sentirci responsabili, ma non riesco a credere che si possa morire così, perché il caldo rende pigra l’attenzione, la musica estiva copre il pianto di una bambina. Esiste un prima, un durante e un dopo: un arco di tempo in cui il disamore si è trasformato in omicidio”.

SIMONA VENTURA: C'E' SEMPRE UNA VIA D'USCITA, BISOGNA COGLIERLA

Un tentativo, quello di Francesca Barra di fermare l’attenzione soprattutto sul “prima” di questa morte così atroce e difficile da accettare. Su quello che si può fare quando ci si rende conto che quel bambino non lo si accetta o lo si vive come una limitazione. Esistono le case famiglia, esistono gli ospedali, esistono tante famiglie che avrebbero potuto adottare la piccola Diana. Un pensiero condiviso anche da Simona Ventura, madre di tre figli, la più piccola dei quali presa in affido e poi adottata anni dopo. Ecco cosa scrive la conduttrice sul suo account Instagram: “Mi sono tenuta la rabbia dentro per 2 giorni ma ora sento il bisogno di esternarla. Al di là degli insulti a questa donna (che, precisiamo, non ha nulla di UMANO) e che purtroppo, non ridarà la vita a Diana, dopo la mia esperienza con delle case famiglia che lavorano con passione e SERIAMENTE, vado dicendo da un bel po’ che esistono donne che non hanno PER NULLA, il senso materno e sono, paradossalmente, quelle che fanno più figli.”, annota la Ventura. “Li maltrattano, fanno subire loro le peggiori violenze… Quando invece, avrebbero una marea di opportunità. Lasciarli per esempio in ospedale, dove i servizi sociali avrebbero cura di loro e, usufruendo dell’affido, troverebbero una famiglia che li amarebbe e accudirebbe. In questo caso, chiedere aiuto ai vicini, che mi sembra si siano dimostrati disponibili, e sono sicura che se l’avessero sentita piangere, sarebbero intervenuti! La mia rabbia è perché conosco la sofferenza di chi vorrebbe un bambino e non lo può avere... La frustrazione di chi, cura dopo cura, capisce che l’orologio della vita va inesorabilmente avanti. Non penso che tu, Alessia, ti renderai mai conto della crudeltà di quello che hai fatto, poiché in quel caso la faresti finita. La tua faccia, però, rimarrà SEMPRE sui miei account e a disposizione dei 3 milioni di followers che mi seguono in totale, poiché sarai, nel mio piccolo, di monito a tutte le donne: c’è sempre un via d’uscita, basta saperla cogliere”.