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Femminicidio, la regola delle tre 'i' che può salvarti la vita: come riconoscere una relazione tossica

"Intermittenza, irascibilità e inconsistenza: se in una storia si verificano questi tre segnali conviene allontanarsi": lo psicologo Enrico Maria Secci approfondisce il lato oscuro delle relazioni che possono trasformarsi in drammi

videointervista a Secci seconda parte

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Stavolta non è come le altre volte. Stavolta, nonostante i femminicidi si susseguano con la cadenza delle torture cinesi a goccia, nonostante le donne continuino a subire violenze e agguati (una è stata appena sfigurata con l’acido dall’ex), qualcosa sta cambiando. La morte di Giulia Cecchettin non è solo lacrime e dolore, ma anche la voglia di fare rumore, proprio come ha chiesto la sorella Elena. E così, in un clima di maggiore consapevolezza e desiderio di fare la propria parte in un necessario cambiamento culturale e sociale, le parole di un esperto possono essere la stella cometa che aiuta a orientarsi sul come e sul quando.

Lo psicologo Enrico Maria Secci, che alle “relazioni tossiche” e alle loro conseguenze ha dedicato anni di studi e diverse pubblicazioni, in questa intervista (leggi qui la prima parte) si focalizza sul rapporto tra il femminicida e i genitori, ma anche su quali siano i segnali che dovrebbero allarmare una donna e indurla a mettersi al sicuro prima che sia troppo tardi.

Un importante magistrato ha messo in evidenza che chi si macchia di un femminicidio ha alle spalle una madre sottomessa al padre. È vero?

“Un elemento ricorrente nella storia di chi abusa e di chi è violento, è quella di aver assistito a episodi di sopraffazione da parte del padre nei confronti della madre. Nella scala degli eventi traumatici, assistere alla violenza del padre sulla madre è uno degli elementi principali. Ma ci sono anche altri fattori. In primis la trascuratezza del padre nei confronti di chi compie violenze sulle donne e sulle persone più care. L’assenza del padre, le difficoltà delle connessioni tra maschi, tra uomo e uomo, tra padre e figlio, tra ragazzo e ragazzo, è una delle radici di questi fenomeni di cui si parla pochissimo. Se io non ho la possibilità di confrontarmi con il maschile sul maschile probabilmente quando sviluppo un attaccamento sul femminile, passate le prime fasi dello sviluppo, avrò estrema difficoltà a vivere una situazione sociale in cui tra maschi è normale trattare male una partner, svalutarla, tradirla. Non c’è stata la possibilità di confrontarsi sulle emozioni che gli uomini vivono in quanto maschi. Come racconta la Cortellesi nel suo film meraviglioso, le donne hanno la capacità di dialogare, di fornire una matrice, un mastice una cura alle ferite. Noi maschi non ce l’abbiamo: i padri ci mandano a calcio, ci dicono quale lavoro dobbiamo fare, ci incoraggiano a essere anche un po’ tomber de femme, ma poi nel rapporto tra adolescenti e poi tra uomini, c’è una solitudine atroce che viene compensata con rapporti che diventano estremi, rapporti esclusivi. E poi, se la persona che ami ti lascia tu la uccidi. Non esisti se io non ti amo oppure io non esisto se tu smetti di amarmi. Devo scegliere”.

Come riconoscere se si è in pericolo? Quali sono i segnali da non sottovalutare? Quali consigli può dare alle donne che sono sempre più disorientate?

“Ci provo, ci proviamo in tanti. Io vivo con grande frustrazione il fatto che pur avendo scritto tanti libri come l’ultimo “Il narcisismo in amore e la sindrome di Eco” o “I narcisisti perversi” vivo con grande angoscia il fatto che non basti mai. La prima cosa è pensare che il problema sia nelle piazze, nelle strade. Il punto non è andare nei posti con la giusta circospezione, stare attenti in certi orari, ma guardarsi intorno nella propria cerchia relazionale, guardare in casa, nel proprio letto, con l’occhio attento e amorevole di un’antropologa: osserviamo questo mondo come se fossimo degli studiosi interessati senza giudizio ma con grande arguzia. Quindi evitare di allarmarci preventivamente ma saper cogliere tutti i segnali che possono essere incongruenti con messaggi di sicurezza”.

Ma quali sono questi messaggi di insicurezza così lampanti?”

“Prima di tutto l’intermittenza nelle relazioni ancor più nelle relazioni tossiche potenzialmente mortali: si tratta di un fattore enorme. Io ho la regola del tre: dopo tre volte è troppo. Tre intermittenze, tre scuse, tre passaggi che si contraddicono in termini di relazione e di presenza, sono un segnale. Il secondo segnale è l’irascibilità, momenti di estrema aggressività anche se durano poco. Cose dette male, parole maledette, come direbbe Giorgia in una sua canzone, vanno ascoltate e messe sempre nella misura di tre volte, messe in un cassetto di sicurezza per cui dire basta. Il terzo segnale è l’inconsistenza, una promessa mantenuta solo in parte e che poi ci viene detto non essere stata finita “per causa tua”. Questo condizionare l’amore a qualcosa che noi dovremmo fare, al modo in cui dovremmo essere in relazione a quell’azione che ci viene concessa. Questo è il quadro delle mie “tre i” per mettersi in salvo. Attenzione, e questo mi riporta al caso di Giulia Ccchettin e a tanti altri per cui a volte mi sento sopraffatto e stanco, “Non andate mai a dare spiegazioni, all’ultimo appuntamento, all’ultimo chiarimento. MAI! perché può portare alla morte. Devo dire che questo nel mondo femminile che è un mondo dell’affettività analogica e non digitale, non è comprensibile. Nel femminile è possibile lasciarsi e tuttavia vedersi, parlarsi, soffrire insieme e andare avanti. Nel maschile digitale, in certi maschili patologici, questo è mostrare la gola. Bisogna, quindi, diffidare totalmente dell’ultimo appuntamento e di chi non rispetta i limiti, i confini che poniamo. Se dico no, è finita, è davvero finita così. Devo essere però io, la possibile vittima, a tenere il confine perché altrimenti, è altamente probabile che si verifichino a valanga, per effetto domino, drammi e tragedie come quelle che con grande commozione stiamo affrontando, perché è la centocinquesima e perché poteva essere mia sorella”.

07/12/2023