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Storia di Lidia e del suo carnefice che ora rischia di tornare libero e che le ha promesso di ucciderla

Intervista a Elisabetta Aldrovandi, presidente dell'Osservatorio Nazionale Sostegno vittime: "Lidia è una donna molto spaventata. Sa che il suo persecutore potrebbe essere messo agli arresti domiciliari senza l'uso del braccialetto elettronico. A quel punto sarebbe libero di compiere la sua vendetta"

Storia di Lidia e del suo carnefice che ora rischia di tornare libero e che le ha promesso di ucciderla
A sinistra Lidia Vivoli (47 anni) di Bagheria. A destra la donna dopo l'aggressione subita dal suo ex compagno.

“Quando ci siamo incontrate ieri per la prima volta ci siamo abbracciate. È stato come se ci conoscessimo da una vita. Ci siamo sentite tantissime volte al telefono. Lidia è una donna molto spaventata. Ha 47 anni e due gemellini piccoli. Il suo ex compagno, l’uomo che l’ha aggredita e presa a padellate di ghisa e ferita con le forbici nel 2012 e che poi, rimesso in libertà, l’ha seguita e perseguitata a lungo arrivando a sferrarle uno schiaffo così violento da spaccarle il labbro, le ha promesso che la ucciderà”. Elisabetta Aldrovandi è un avvocato specializzato in diritto di famiglia che da anni si occupa delle vittime di crimini violenti ed è anche presidente dell’Osservatorio Nazionale Sostegno Vittime, nato l’anno scorso con l’obiettivo di sollecitare a livello istituzionale modifiche legislative per garantire maggiore e piena tutela a chi subisce il danno di gravi ingiustizie e la beffa dell'abbandono da parte dello Stato. “La storia di Lidia Vivoli, alla quale una psicologa della nostra associazione ha anche fornito sostegno psicologico, è una delle tante delle quali ci stiamo occupando. Nel suo caso ora il pericolo concreto è che il giudice che deve decidere per il processo di stalking, di cui è in corso l’istruttoria, possa condannarlo ai domiciliari anche senza l’uso del braccialetto elettronico. Questo permetterebbe facilmente all’uomo di evadere e di andare a compiere la sua vendetta. Ecco perché stiamo cercando attraverso i media di sensibilizzare il magistrato in modo che si renda conto che quell’uomo è pericoloso e che deve rimanere in carcere”.

L'avvocato Elisabetta Aldrovandi, presidente dell'Osservatorio Nazionale Sostegno Vittime.

 

Ora il pericolo per Lidia è concreto

Isidoro Ferrante, questo il nome dell’ex compagno di Lidia, è stato condannato per tentato omicidio e sequestro di persona per la prima aggressione nel 2012 a 4 anni e sei mesi di carcere. “Ma lui ne ha scontato solo 5 mesi. Poi, uscito dal carcere, ha iniziato a stalkerizzare Lidia e dopo la seconda aggressione, quella in cui le ha spaccato il labbro, è tornato in carcere dove della prima condanna ha scontato quasi due anni ed è in attesa della sentenza per il processo di stalking. Inutile dire quanto Lidia sia spaventata. Tra l’altro in seguito alle aggressioni ha perso l’udito da un orecchio, ha grossi problemi a una spalla e ha avuto il setto nasale fracassato. Anche se non si lamenta mai, Lidia è una donna che non sta bene di salute. E che tra l’altro non ha mai avuto nessun risarcimento danni visto che l’uomo è nullatenente e visto che, avendo lui accettato il patteggiamento, lei non si è potuta costituire parte civile. Lei ora non può esprimersi, non può dire nulla perché il processo è in corso ma sa di essere in pericolo”.

Sopra, Lidia Vivoli, la donna vittima di agressione e di stalking.

Lo stalker non va mai in carcere

Elisabetta Aldrovandi parla con passione e partecipazione di questo caso così come di tanti altri in cui le vittime di reati violenti (rapine, stupri, persone sfregiate con l’acido fino a gli omicidi) “vivono sulla loro pelle il malfunzionamento di alcune norme che creano uno squilibrio eccessivo tra i diritti e i benefici dell’imputato e i diritti delle vittime. Ecco perché abbiamo presentato diversi disegni di legge di modifica di alcune leggi. Per il reato di stalking, ad esempio, il condannato non va mai in carcere perché la pena detentiva prevista va dai 6 mesi ai 3 anni e nel nostro ordinamento per i reati con una pena inferiore ai 3 anni non si va in carcere ma si viene sottoposti a una misura alternativa. I domiciliari con l’uso del braccialetto elettronico, sono una di queste misure alternative che però si scontra con il fatto che nel nostro Paese ce ne sia penuria. Mancano".

La questione dei braccialetti elettronici

"Come nel caso di Lidia, per la quale abbiamo presentato un’interrogazione parlamentare. E poi i braccialetti elettronici in uso nel nostro Paese non sono nemmeno così efficaci perché sono collegati a una centralina elettrica che può saltare per un banale temporale. Insomma, sono obsoleti. In tanti Paesi europei invece sono collegati al GPS del cellulare. Inoltre in Italia l’uso di un braccialetto elettronico costa 115 euro al giorno, a fronte dei 5 euro della Germania. Come è possibile? Da noi ne sono stati acquistati 2000 nel 2009 per un costo di 9 milioni di euro ma non si capisce perché ci sia questa penuria. O sono andati esauriti o costano troppo. Sta di fatto che assegnare i domiciliari a uno stalker senza nemmeno questo deterrente mette in serio pericolo la vita di Lidia e di tutte le altre vittime”.