Chikungunya, la nuova minaccia che arriva dalle zanzare

Dopo la malaria, la Chikungunya, sempre in Italia, con i nuovi casi registrati in Lazio. Nuovi perché non sono i primi. Dieci anni fa episodi di Chikungunya interessarono, infatti, la provincia di Ravenna, tanto che con altre arbovirosi, come Dengue e Zika, la Chikungunya è ormai una sorvegliata speciale.

L’ultima circolare del Ministero della Salute è del 10 luglio 2017 e contiene le direttive del “Piano nazionale di sorveglianza e risposta alle arbovirosi trasmese da zanzare (Aedes sp.) con particolare riferimento ai virus Chikungunya, Dengue e Zika”. La circolare ministeriale viene aggiornata annualmente, mentre dal 2010, primo anno di pubblicazione, l’Istituto Superiore di Sanità, in collaborazione con le Regioni e il sostegno del Ministero della Salute, coordina le attività di sorveglianza epidemiologica, virologica ed entomologica per “identificare precocemente i casi importati ed autoctoni di malattia” e intraprendere tutta una serie di misure per la “riduzione del rischio di trasmissione del virus”.

Cosa si sa della Chikungunya, ora al centro delle cronache? Si sa che è dovuta a un togavirus del gruppo degli arbovirus; che il serbatoio dell’infezione è prevalentemente l’uomo; che i vettori di trasmissione sono alcune zanzare del genere Aedes, come la Aedes albopictus, la zanzara tigre, e la Aedes aegypti, la zanzara egiziana, e che potenziali vettori del virus sono anche diverse specie del genere Culex; che la malattia, ormai arrivata in Italia, è endemica di alcuni paesi africani ed asiatici che s’affacciano sull’Oceano Indiano; che non si trasmette da uomo ad uomo o per via aerea, ma attraverso punture di zanzare infette, trasfusioni di sangue, trapianti, contaminazioni nosocomiali; che la sintomatologia è febbrile, con brividi, mal di testa, dolori articolari, dolori muscolari, eruzioni cutanee, sintomi gastrointestinali; che l’andamento è solitamente benigno, con complicanze, tuttavia, per le persone anziane, in particolare se con altre patologie a carico.

Da malattia esotica, la Chikungunya è diventata ora europea. Ogni anno nei paesi europei, inclusa l’Italia, spiega il Ministero della Salute, si registrano numerosi casi di importazione della malattia. Cosa vuol dire? Che la malattia è stata introdotta da chi si è recato o è originario di paesi dove è endemica. È, infatti, fondamentale capire modalità di diffusione delle arbovirosi e loro tipologia. Si parlerà di caso importato, spiega il Ministero della Salute, se la malattia viene contratta dopo aver soggiornato in zone endemiche e con manifestazione clinica al rientro in Italia; di caso autoctono se contratta sul territorio nazionale. I casi autoctoni si distinguono, a loro volta, in indotti, introdotti e criptici. Nel primo caso la malattia viene trasmessa con mezzi artificiali, come trasfusioni, trapianti, contaminazioni nosocomiali. Nel secondo la trasmissione avviene su territorio nazionale con “sospetta trasmissione da parte di zanzare indigene verosimilmente infettatesi su un caso d’importazione”. Il terzo è quello in cui le indagini epidemiologiche non riescono ad “identificare con certezza la fonte d’infezione o a ipotizzarne ragionevolmente una”.  

Quanti casi di importazione, ad esempio, di Chikungunya, hanno interessato lItalia? Una risposta, sebbene parziale, è nella circolare ministeriale del 10 luglio scorso, citata prima, dove vengono riportati i casi di infezione da virus Chikungunya, Dengue e Zika confermati per anno di notifica e regione. La circolare ministeriale prende in considerazione l’ultimo trienno, con i dati del 2017 che verranno aggiornati una volta ricevuti gli ultimi dati dell’anno.

Nel 2015 si sono registrati casi di Chikungunya in Piemonte (1), Lombardia (3), Veneto (4), Friuli Venezia Giulia (1), Emilia-Romagna (2), Toscana (5), Lazio (4), per un totale di 20 casi. Nel 2016 se ne sono registrati in Piemonte (2), Friuli Venezia Giulia (2), Emilia-Romagna (3), Toscana (2), Lazio (7), Puglia (2), per un totale di 18 casi e nel 2017 uno in Lombardia e uno in Emilia-Romagna.

Più numerosi i casi di Dengue, malattia trasmessa dalla puntura di una zanzara – il vettore principale è la Aedes aegypti, anche se sono stati registrati casi dovuti alla Aaedes albopictus – infettata da uno dei quattro sierotipi virali DEN-1, DEN-2, DEN-3, DEN-4. Il virus, che infetta l’intestino dell’insetto, passa alle ghiandole salivari, dove rimane in incubazione fino a dodici giorni. Nel 2015 sono stati registrati casi di Dengue in Piemonte (12), Lombardia (20), in provincia di Bolzano (4), in quella di Trento (1), quindi in Veneto (14), Emilia-Romagna (17), Toscana (17), Lazio (20), Campania (1), Puglia (2), per un totale di 108 casi. Nel 2016 sono stati registrati casi della malattia in Piemonte (14), Valle d’Aosta (1), Lombardia (13), in provincia di Bolzano (1), in quella di Trento (2), quindi in Veneto (18), Friuli Venezia Giulia (2), Emilia-Romagna (24), Toscana (9), Marche (5), Lazio (26), Campania (1), Calabria (1), per un totale di 117 casi. In calo i casi del 2017, registrati in Piemonte (5), Lombardia (4), Veneto (2), Emilia-Romagna (6), Toscana (4), Lazio (1), Puglia (1), per un totale di 23 casi.

Inferiori, ma solo nel 2015 e nel 2017, i casi, sempre importati, di Zika, dal nome del virus cui vettori principali sono le zanzare del genere Aedes, fra cui la Aedes albopictus. Nel 2015 sono stati registrati casi di Zika in Toscana (2), Lazio (2) e Basilicata (1), per un totale di 5 casi. Nel 2016 i casi hanno riguardato Piemonte (14), Lombardia (27), la provincia di Bolzano (2), quindi Veneto (14), Friuli Venezia-Giulia (2), Liguria (1), Emilia-Romagna (9), Toscana (6), Marche (1), Lazio (27), Campania (1), per un totale di 104 casi. Nel 2017, infine, dati aggiornati a luglio di quest’anno, si sono registrati casi di Zika in Veneto (1), Emilia-Romagna (1), Lazio (1), Puglia (1), per un totale di 4 casi.  

Cosa indicano questi dati? Che l’Italia è ormai porto di approdo e diffusione di malattie non indigene e che la prevenzione è sempre più importante. Una prevenzione che contempli controlli accurati per bloccare casi di introduzione, in particolare, come riconosciuto dalla letteratura medico-scientifica, attraverso i flussi migratori; quindi la diffusione di messaggi sull’importanza della profilassi prima della partenza per zone endemiche – ciò vale per turisti, missionari, gente d’affari, stranieri che vivono in Italia e che raggiungono i paesi di origine, dove la malattia è endemica, in visita per lunghi periodi a parenti ed amici; l’obbligo, infine, da parte degli amministratori locali di attenersi scrupolosamente alle linee-guida ministeriali per ostacolare l’incremento della popolazione di vettori e l’insorgere di focolai.

 

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