Gas in eccesso. E il futuro sta nelle rinnovabili

Gas in eccesso. E il futuro sta nelle rinnovabili

Per il prossimo decennio il problema sarà l’eccesso e non la carenza di gas. Anche perché grazie all’efficienza i consumi sono in calo.

Il gas naturale potrebbe sostituire quasi interamente il carbone (all’Ilva di Taranto si sperimenterà un nuovo processo siderurgico basato appunto sul gas) e il petrolio, tranne che per i trasporti, dove sta però crescendo l’utilizzo di veicoli a metano, dei biocarburanti e, in Germania, del biometano, mentre in prospettiva comincerà a pesare anche la mobilità elettrica. A sua volta la domanda di gas è destinata a calare, purché si continuino a perseguire con determinazione le politiche di efficientamento energetico e di sviluppo delle rinnovabili.

Nel 2008 i consumi di gas erano in Italia pari a circa 85 miliardi di m3, oggi siamo poco al di sopra dei 70 miliardi. Sul calo pesa la lunga recessione, ma anche la crescita dell’efficienza energetica e soprattutto del contributo delle rinnovabili ai consumi degli italiani. Per citare il caso più eclatante, nel 2008 la domanda elettrica era soddisfatta per il 16,5% da fonti rinnovabili, nel 2012 siamo saliti al 27,1%, per il 2013 si prevede di arrivare al 30%. La forte penetrazione delle rinnovabili nella generazione elettrica si è quasi per intero tradotta in un pari decremento della produzione da parte dei cicli combinati, che funzionano a gas. Questo risultato era prevedibile fin dal 2006, quando all’interno degli obiettivi europei al 2020 (il 20/20/20) vennero sostanzialmente definiti anche quelli degli Stati membri: rispetto al 18% sui consumi globali di energia assegnato all’Italia, nel 2008 il governo Berlusconi considerò un grande successo averlo abbassato al 17%.

Eppure si è continuato a investire in cicli combinati, creando l’attuale sovraccapacità produttiva, difficilmente riassorbibile. Poiché, secondo gli obiettivi della Strategia energetica nazionale (Sen), il conseguimento di una maggiore efficienza dovrebbe portare a una domanda di energia nel 2020 inferiore, se pur di poco, a quella del 2010, con le rinnovabili a coprire il 19-20% dei consumi globali (contro il 10 del 2010), ne consegue che a fine decennio la domanda di gas dovrebbe superare di non molto 50 miliardi di m3/ anno. Se già oggi, come ha scritto Alberto Clô, fra i massimi esperti in materia, la capacità disponibile di metano è doppia rispetto alla domanda corrente, i margini per un’ulteriore espansione delle infrastrutture esistenti sono molto limitati. Nuovi investimenti si giustificano solo se finalizzati a una diversificazione delle fonti di approvvigionamento, dove oggi dominano Algeria e Russia, per di più con contratti onerosi, mentre ragioni di sicurezza richiederebbero la presenza di una pluralità di fornitori.

In questa prospettiva e con questa logica vanno esaminati i progetti di nuove infrastrutture di trasporto del gas verso il nostro paese, divisi in tre categorie:

• i terminali di rigassificazione di gas naturale liquefatto (Gnl), trasportato da apposite navi metaniere: presentano il vantaggio di acquisire gas prodotto a grandi distanze (Qatar) e permettono di diversificare senza vincoli le fonti di approvvigionamento. Oltre al terminale di Panigaglia, vicino a La Spezia, è in funzione quello di Porto Viro (Rovigo), con una capacità di 8 miliardi di m3/ anno, e pur fra polemiche e opposizioni il 4 ottobre 2013 è diventato operativo il terminale offshore di Livorno (circa 4 miliardi di m3/anno). Altri sono in fase di progetto o sub judice sotto il profilo autorizzativo;

• il gasdotto Galsi dall’Algeria alla Sardegna, annunciato da diversi anni ma ancora sulla carta e una quota parte del gasdotto South Stream, destinato a veicolare gas russo verso l’Europa meridionale, in fase di realizzazione: entrambi destinati ad aumentare la dipendenza dai due principali fornitori attuali;

• il gasdotto Trans Adriatic pipeline (Tap), che porterà il gas azero verso le nostre coste pugliesi, diversificando quindi le forniture via tubo.

Anche prescindendo da eventuali problemi di impatto ambientale e di sicurezza, è chiaro che non possiamo permetterci di replicare per le forniture del gas una sovraccapacità analoga a quella esistente nella produzione elettrica. Per evitarlo esiste una soluzione a prova di bomba: governo e Parlamento approvino una risoluzione che escluda categoricamente qualsiasi forma di garanzia finanziaria (incentivi, crediti agevolati) per nuove infrastrutture del gas. Chi vuole investire, deve sapere che lo fa a proprio rischio e pericolo. Il rischio di vedersi bloccato il progetto per incompatibilità ambientale o territoriale, il pericolo che i quantitativi e i prezzi del gas venduto non garantiscano il recupero dell’investimento.

Una presa di posizione del genere è essenziale, perché nella Sen si parla di supportare in parte, con incentivi, investimenti privati nelle infrastrutture del gas, se giudicati strategici per la sicurezza nazionale. Poiché almeno per il prossimo decennio il problema sarà l’eccesso, non la carenza di gas, e secondo la roadmap europea al 2030 nel periodo successivo crescerà ulteriormente l’apporto dell’efficienza energetica e delle rinnovabili, va assolutamente evitato che l’inevitabile sovraccapacità di gas naturale da un lato pesi sulle bollette, dall’altro si tenti di superarla ostacolando lo sviluppo delle rinnovabili. Come sta accadendo per l’elettricità.