Selvaggia Capizzi: da biologa e top manager a influencer. "Ecco la mia idea per salvare il made in Italy"

“Una volta finita l'emergenza, ma anche in questa fase di transizione, aiutiamo a ripartire dando precedenza ai brand e agli imprenditori italiani!”

TiscaliNews

Ormai siamo stufi di sentire la cantilena dei nefasti effetti della pandemia: lockdown intermittenti da marzo, attività commerciali e professionali che chiudono senza riuscire a riaprire, marchi e prodotti che non stanno più sul mercato e persone, quelle vere magari con una famiglia sulle spalle, alle quali non resta che vivere di sussidi. Tutto molto vero ma, dice, Selvaggia Capizzi: “A me hanno insegnato a non piangermi addosso e anzi, a rilanciare quando c’è aria di crisi”. Ed è proprio quello che ha fatto questa imprenditrice mettendo a disposizione dei brand italiani del Made in Italy gli oltre 120 mila followers su instagram e i milioni di visitatori sul suo blog Don’t Call Me Fashion Blogger.

La sua è una storia di successo

Una 49enne poliedrica Capizzi che nasce biologa molecolare in Italia e va a fare ricerca negli Usa: “Aspiravo al premio Nobel, amavo e amo ancora la perfezione del Dna e la meraviglia di ciò che siamo”, confessa raccontando il suo passato di ricercatrice. Insomma, uno dei classici cervelli in fuga che, però, lascia il cuore in Italia. E infatti è ai patri lidi che torna per amore: “Mi sono sposata e sono dovuta tornare in Italia dove la ricerca è pessima, non ci sono risorse. A 31 anni sono quindi entrata nel mondo nell’industria farmaceutica e in breve tempo sono diventata una top manager. Arrivata all’apice della carriera ho però realizzato che a 50 anni un dirigente è come il pesce che dopo tre giorni puzza. Siccome io non volevo fare la fine di chi viene prematuramente messo da parte ho iniziato a studiare un piano B”.

Inizia così la sua terza vita professionale.
“Nel 2008 avevo aperto un blog come hobby ma col tempo avevo constatato che era diventato a tutti gli effetti una fonte di reddito.”

Un’attività che allora era ancora pionieristica.
“Eravamo in quattro, non c’era neanche la Ferragni. Postavo i miei look di tutti i giorni e allora il significato di fashion blogger era questo: una persona comune che condivide sui social la propria passione per la moda, il cibo, i prodotti di bellezza, addirittura sulle pulizie di casa. Il blog era quello di una persona reale che tu conosci virtualmente attraverso la rete”.

Nasce così Don’t Call Me Fashion Blogger.
“Sì, nel frattempo erano nate altre realtà come quella di Chiara Ferragni, ma loro facevano le fashion blogger in un modo diverso da me: si vestivano, si facevano le foto e poi si cambiavano”.

Insomma non era la condivisione di alcunché di reale?
“Esatto, per questo ho deciso di chiamare il mio blog ‘Don’t Call Me Fashion Blogger’, per evidenziare il fatto che l’attività di fashion blogger non era più quella dell’accezione originaria”.

E dell’etichetta di influencer cosa pensa?
“Non mi piacciono le etichette in generale ma questa in particolare rappresenta un’attività crudamente banalizzata. È scioccante ciò che vedo in giro: gente che fa una foto con il sedere di fuori e ci mette una citazione da Nietzsche come didascalia. Il contenuto deve parlare di ciò che tu vuoi dire con quell’immagine ma la citazione filosofica su un sedere scoperto, mi spiace ma non ha senso”.

E infine veniamo alla sua ultima iniziativa a sostegno del made in Italy.
“Questa iniziativa l’ho pensata quando, durante il lockdown, ho iniziato a sentire tanta gente che si lamentava. Siccome a me a hanno insegnato a non lamentarmi ma ad agire, mi è venuto in mente che la cosa migliore fosse premiare l’italianità cercando di fare ripartire il prima possibile l’economia. Come? Valorizzando il Made in Italy e valorizzando gli imprenditori che credono ancora nella loro attività e lottano per continuarla cercando soluzioni alternative ai meccanismi che la pandemia ha interrotto o frenato”.

Come li aiuta?
“Dando visibilità ai marchi che si vogliono affidare a me: imprenditori, venditori e artigiani italiani ma anche ai negozi di quartiere, perché anche loro non devono morire. In tutto questo ho coinvolto le mie colleghe con le quali formo il team di influencer italiane The Fashion Mob: Ida Galati, Nadia La Bella e Fabrizia Spinelli. Insieme rappresentiamo quattro donne, quattro stili e quattro età diverse che attraverso la campagna #influencersforitaly ci mettono la faccia raccontando le realtà italiane, le persone che le compongono e le storie di chi sulla qualità italiana ha costruito il proprio successo imprenditoriale. L’iniziativa ha riscosso da subito enorme successo tra i brand di abbigliamento, gioielli e prodotti di bellezza. E’ nostro dovere favorire i marchi italiani, anche quelli della filiera della moda. Come fashion influencer ma soprattutto come donna ho scelto di privilegiare capi italiani a partire dal mio armadio. Noi influencer abbiamo un ruolo importante per aiutare il Made in Italy a ripartire: parlare nel modo giusto alle persone che ci leggono e sensibilizzarle nel dare precedenza agli acquisti italiani”.

Tante le realtà che sono state già supportate da questa iniziativa, come le consolidate 24.25 Clothing, Winelivery, Manila Grace, Attache Privé, Athena Gioielli, Linea Italia, il Sofitel Rome Villa Borghese o la start up VF Boxes. “In questo momento dobbiamo invitare tutti a scegliere italiano”, conclude Selvaggia Capizzi.