Rocco Barocco, cinquanta anni di sfilate e attrici bellissime. "Io che non ho mai ceduto"

"Di creatori di moda ne sono rimasti pochi, ormai anche marchi che hanno fatto la storia dell’abbigliamento di classe sono gestiti dalle multinazionali che, ovviamente, impongono le loro idee di marketing"

di Paolo Salvatore Orrù

Solo qualche volta si trova il tempo per ascoltare i ricordi o per cullarli con le palpebre socchiuse. Pablo Picasso ha sostenuto che colori e ricordi si assomigliano perché ‘seguono i cambiamenti delle emozioni’.  Era una bella giornata, Ischia era un tripudio di colori quando un’amica francese, racconta oggi lo stilista Rocco Barocco, gli presenta “i due signori che lo avrebbero introdotto nel mondo della moda”. A loro non sfugge la classe del giovane autodidatta (“avevo 16 anni”) che, per la famiglia, avrebbe dovuto solcare il mare (“ho frequentato il nautico”). Così lo presentano a Patrick de Barentzen e Monsieur Giles, in quel tempo proprietari di un importante atelier di Roma.

Solcando così altri mari: dopo un breve stage, nel 1962, Barocco si trasferisce nella Capitale e comincia a lavorare come disegnatore con Patrick e Giles. Nel 1964 nasce con Giles a un sodalizio che dura un decennio. Nel 1968 la prima sfilata. Nel 1974, Rocco Muscariello (diventato Rocco Barocco) apre un suo atelier a Roma; nel 1979, dopo i successi ottenuti con l'alta moda, presenta la prima collezione di prêt-à-porter femminile. Emozioni, segni, mescolanze che funzionano e che diventano successi. “Ho scelto di essere Barocco per un gioco di assonanze e di ricordi: il ‘Ba’ prima di Rocco è l’inizio del cognome del mio primo maestro Ba(rentzen)”. Una scelta intelligente e colta, perché poi gli italiani hanno accostato le opere dell’ischitano ad uno stile architettonico che ha dato tanto lustro al Paese: “che cosa può esserci di meglio di uno stilista Barocco in Italia?”, commenta con una risata l’artista.

Un'onda lunga 50 anni di sfilate (“festeggiate lo scorso anno con un evento realizzato nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli”) e di ricordi. Negli "70/80 tutti erano interessati alla moda. Ora è diventato (“quasi”) un mestiere come un altro: “Di creativi ne sono rimasti veramente pochi: anche marchi che hanno fatto la storia dell’abbigliamento di classe sono gestiti dalle multinazionali che, ovviamente, impongono le loro idee di marketing”. Ormai conta solo la quantità. “Rimpiango quando le donne venivano in atelier per farsi cucire su misura un abito per la primavera o chiedevano un indumento da indossare in una data importante o per partecipare a una soirée alla Scala o al San Carlo … prima la vita era anche un po’ sogno”. 

Sicuramente l’abito da favola le donne lo desiderano ancora, non pensa che quel vestito oggi costa troppo per una economia altalenate come la nostra? “La moneta circola ancora, del resto oggi non trovi un posto in ristorante serio neanche se paghi il doppio … è come sempre: c’è chi i soldi li ha e chi non li ha”. Le cose sono cambiate, le elite oggi spendono per cose diverse: “Perché troppa gente ha perso la capacità di sognare”. Non sognano più neanche i bambini: “Un tempo raccontavi la favola di Pinocchio e loro sognavano; oggi giocano con i computer o con quelle orrende cose cinesi dalla mattina alla sera”. Certezze, malinconie, ricordi e rivendicazioni. “Oggi sto economicamente bene, ma a volte rimpiango i tempi delle visioni e delle utopie; non ho mai pensato di fare qualcosa perché avrei guadagnato di più; ho disegnato abiti solo perché mi piaceva sentire il fluire delle idee”.

A Rocco il suo lavoro piace. “Siamo in pochi ad essere rimasti proprietari delle aziende, proprietari del nostro lavoro”. Alcuni giornali avevano coniato per lui il titolo di ottavo re di Roma. Le cose cambiano. “Forse solo Armani appartiene ancora alla categoria dei grandi sarti”. E non ci saranno ricambi: “I ragazzi più promettenti sono stati ingaggiati dalle multinazionali: saranno costretti a lavorare per il mercato”. Dovranno sopportare il guinzaglio, del resto i costi di gestione per chi vorrebbe provare ad aprire un atelier sono improponibili “e poi oggi quasi nessuno chiede abiti su misura”.  Roma negli anni settanta/ottanta era la Mecca del grande cinema internazionale. Roma era una città viva. A Cinecittà si giravano film italiani ma soprattutto produzioni cinematografiche americane, per i costi più bassi rispetto ad Hollywood. Inoltre, la legge non consentiva l'esportazione all'estero dei guadagni degli incassi dei film spingendo le principali case produttrici cinematografiche Usa a reinvestirli in Italia per poi distribuire i film in tutto il mondo. “Così ho avuto l’opportunità di vestire tante bellissime attrici”.

Tra le clienti che hanno bazzicato la sartoria di piazza di Spagna star come Liza Minnelli, Ute Lemper, Jacqueline Bisset, Ursula Andress, Anjelica Huston, Francesca Dellera, Dalila di Lazzaro, Claudia Cardinale, Virna Lisi, Elsa Martinelli. Una delle sue muse è stata Marta Marzotto. Che ebbe il merito di avvicinarlo ancora di più al jet set. La storia di successo. Per questo, ricorda l’Ansa, nel '96 Rocco Barocco venne scelto per impersonare il ruolo di stilista italiano dalla produzione americana della serie Beautiful. Se Barocco è ancora qui, vuol dire che ha talento: non si attraversano impunemente 50 anni di sfilate senza questa dote. Lui è un signore che oltre ad aver fermato il tempo, lo ha segnato. L’amara conclusione: “L’Italia ha dato e sta dando la possibilità a chiunque di copiarci senza difenderci”.  Una frase che deve far riflettere chi di dovere.