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Francesca De André: “Le botte, l’ambulanza, io tra la vita e la morte. Così ho detto basta alla violenza”

La nipote del grande Fabrizio De Andrè si racconta come non ha mai fatto prima in questa intervista esclusiva: "Ecco come sono finita in una relazione tossica e come ho avuto la forza di uscirne"

di Massimiliano Lussana

Questa storia, che è la storia di migliaia e migliaia di violenze sulle donne, quelle che domani saranno denunciate sulle pagine social di tutti noi con hastag come #nessuna scusa, inizia con un’immagine drammatica e purtroppo non rara: una donna arriva con il volto completamente tumefatto, un fortissimo trauma cranico e lividi su tutto il corpo al Pronto Soccorso in codice rosso, dopo essere stata picchiata senza pietà dal fidanzato che si è accanito su di lei mentre era già a terra.

Quella donna si chiama Francesca De Andrè, è la nipote di Fabrizio, fa la modella, la cantante, l’influencer ed è una presenza abituale in molte trasmissioni televisive, concorrente dell’Isola dei Famosi e del Grande Fratello Vip. Ma tutto questo oggi non conta nulla, quello che raccontiamo è il coraggio di Francesca, che ha avuto una vita tormentata, di cui questa storia è solo l’ultimo atto, ma che ha avuto la forza di raccontarsi, innanzitutto per aiutare tante donne a non trovarsi nella sua situazione. E l’ha fatto in un libro, “Non era il cuore”, sottotitolo “Ho detto basta alla violenza”, editore Piemme, in cui si mette a nudo e racconta come è riuscita a rompere le catene di una relazione tossica.

Francesca, come è riuscita a uscirne e a denunciare la violenza subita?

“L’ultima esperienza che ho avuto mi ha portato sulla soglia fra la vita e la morte e questo mi ha dato una nuova consapevolezza. A volte, il vissuto non ci fa rendere conto della violenza e questo porta a un circolo vizioso”.

Quanti anni ha l’uomo che l’ha ridotta così? Ha sempre avuto tendenze violente o all’inizio della relazione si è presentato come un romantico?

“E’ un ragazzo giovane, dell’84, e non solo all’inizio, ma durante il nostro percorso d’amore è sempre stato dolce ed affettuoso. Un ragazzo che, quando è lucido, è amorevole e splendido, lo amavo come mi è capitato con poche persone al mondo. Ma poi è come se scattasse un interruttore ON/OFF”.

E quando è OFF scattano le botte.

“E’ da quando sono piccola che ho imparato a conoscere questa situazione e, quando arriva l’OFF, scatta qualcosa di inconscio….”.

Ma lei, se conosce così bene questi meccanismi, come ha fatto a caderci anche questa volta?

“Evidentemente, in me c’è un po’ l’istinto della crocerossina, che ovviamente si rende conto dei problemi alla base, ma è convinta di poterli cambiare, di risolverli. E poi, ad esempio in questa situazione, la parte bella della relazione, che c’è ed è stupenda, ci stai benissimo e fai di tutto per non perderla e quindi sopporti tutto aggrappata a quei momenti di felicità, finchè non raggiungi il punto massimo”.

Stavolta quel punto l’ha raggiunto e superato, come si legge nel libro. Quando ha aperto gli occhi?

“Quando mi sono vista sola, in una camera, come in una scatola, a leccarmi le ferite. In questo caso è stato decisivo anche il ruolo della vicina di casa e del proprietario dell’appartamento che hanno sentito le mie grida disperate e sono intervenuti. Ma, nella sua follia, è stato proprio lui a chiamare i carabinieri, dal mio telefonino….”.

E poi cos’è successo, dopo le chiamate?

“L’ambulanza, scortata dai carabinieri, mi ha portato in ospedale, al pronto soccorso ed ero messa male, con una prognosi importante. A quel punto ho aperto gli occhi e ho trovato la forza di trovare documentazione e di dare testimonianze di ciò che avevo subito”.

Eppure, anche a giudicare da ciò che ha sempre raccontato in televisione, lei non pare una che si rassegna a subire. Anzi tutto sembra fuorchè sottomessa. E’ solo una scorza esterna?

“Di me non si può certo dire che sia una persona arrendevole, sottomessa o che sopporta le ingiustizie senza reagire. Eppure, non ho colto i segnali per tempo. Ma i segnali erano lì. Evidentemente era tanto forte l’illusione di poter cambiare, che ho ignorato persino i segnali che avrebbe dovuto darmi il mio passato».

Ma in tutto questo, l’uomo, quando era in modalità ON come si comportava?

“Lo vedevo in preda ai sensi di colpa e con una forte presa di coscienza. E pensavo che in fondo fosse lui a soffrire di più di questa situazione”.

Raccontare tutto questo in un libro, scritto molto bene, ma anche molto duro, vero, reale, drammatico, non è stato come rivivere un’altra volta il suo dramma? Oppure la scrittura ha avuto un effetto catartico e liberatorio?

“In percentuale ci sono entrambe le cose. Partiamo dal dolore che mi provoca anche raccontare tutto questo. Anche scrivendo, anche parlandone, ovviamente il dolore non sparisce, ma riemerge pure il lato buono di questa relazione: io quest’uomo lo amavo realmente, avevo sentimenti sinceri e tutto questo riporta alla memoria tanti bei ricordi e il lato di lui che ho amato follemente”.

E’ molto importante questo: il mostro spesso, anzi quasi mai in queste situazioni, non ha sempre l’aspetto del mostro. E tutto questo rende tutto ancor più difficile. E la pars construens, il lato liberatorio della sua scrittura?

“Ho trovato il coraggio di scrivere questo libro anche per provare ad essere di aiuto a tante persone che non riescono a staccarsi da amori folli e a rendersi conto della situazione, esattamente come capitava a me. Lo ritengo un atto di altruismo totale, molto doloroso per me, ma che davvero ho fatto per aiutare anche gli altri”.

In copertina c’è il suo viso, mai così bello e consapevole, il suo sguardo che penetra ed esce dalla copertina, tutto in bianco e nero con la lacrima rossa simbolo della lotta contro la violenza sulle donne. E il motivo di tutte queste scelte iconografiche è molto chiaro. E il titolo “Non era il cuore”?

“E’ un verso di una canzone di mio nonno che amo molto: “La ballata dell’amore cieco””.

Quella che racconta di una donna che chiede prove sempre maggiori a un uomo innamorato di lei, ma che lei non ama per nulla. Le canticchio la parte finale perché è una canzone che amo moltissimo, anche da genovese d’adozione: “Gli disse: "Amor, se mi vuoi bene"/Tralalalalla tralallaleru/Gli disse: "Amor, se mi vuoi bene"/"Tagliati dai polsi le quattro vene"/Le vene ai polsi lui si tagliò/Tralalalalla tralallaleru/E come il sangue ne sgorgò/Correndo come un pazzo da lei tornò/Gli disse lei, ridendo forte/Tralalalalla tralallaleru/Gli disse lei, ridendo forte/"L'ultima tua prova sarà la morte"/E mentre il sangue lento usciva/

E ormai cambiava il suo colore/La vanità fredda gioiva/Un uomo s'era ucciso per il suo amore/Fuori soffiava dolce il vento/Tralalalalla tralallaleru/Ma lei fu presa da sgomento/Quando lo vide morir contento/Morir contento e innamorato/Quando a lei niente era restato/Non il suo amore, non il suo bene/Ma solo il sangue secco delle sue vene”.

“A ruoli invertiti fra uomo e donna, è ciò che succede a chi è vittima di relazioni di questo tipo. L’uomo violento spesso lo è solo per una sottile soddisfazione personale”.

I rapporti, di fatto inesistenti con suo padre Cristiano hanno un’ampia letteratura, ma si è mai chiesta cosa direbbe nonno Fabrizio di una storia come quella che lei racconta nel libro titolato con un suo verso?

“L’ho capito quando mi sono ritrovata sola, per strada, senza chi avrebbe dovuto starmi più vicino e ho dovuto sopravvivere in determinate situazioni. Ecco, mio nonno ha raccontato persone ritenute diverse, entrando nelle loro storie, interne ed esterne. Io penso di essere una di quelle persone, credo che Fabrizio avrebbe preso in considerazione la mia storia”.

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