Francesco Baccini: "Sono maschio, non maschilista". L’accusa di sessismo, il politicamente corretto: "Rispondo così"

Intervista al cantautore genovese che da sempre, con ironia e dolcezza, è uno dei cantori delle donne: "È folle che non si possa dire niente senza essere tacciati di maschilismo o razzismo"

Francesco Baccini. Foto Ansa e Instagram

di Massimiliano Lussana

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Francesco Baccini, da sempre, con ironia, ma anche dolcezza, è uno dei cantori delle donne, non solo un cantante che canta di donne.

Qual è il trucco per entrare nella sensibilità femminile? Ci sono canzoni come “Magnetico” che sembrano un manifesto dell’animo delle donne e, in generale, dell’amore. In cosa sta il segreto?

“Credo che, semplicemente, basti essere sensibili, senza aggettivi. Quando scrivo alcune cose che riguardano le donne penso a come potrebbero reagire in certi frangenti o cosa penserebbero. Le conosci e cerchi di immaginarti le loro reazioni. E tutto questo lo metti nelle canzoni”.

L’ultimo disco, appena uscito, e il relativo tour, che si chiama “Archi e frecce”, la vede insieme a quattro donne di un quartetto d’archi, le Alter Echo String Quartet. Si sente accerchiato o beato fra le donne?

“Senza dubbio la seconda, è la prima volta in carriera che mi capita di suonare con un gruppo di musiciste – se si eccettua qualche corista - e, a partire dal debutto del Teatro Sociale di Camogli, si è creata un’atmosfera magica e complice. Del resto, quando suoni, tutto questo traspare abbondantemente: il feeling sul palco si vede e si sente e si percepisce quando invece ci sono problemi. Insomma, non mi sono mai trovato così bene, umanamente e musicalmente, come con queste quattro donne”,

Rachele Rebaudengo, la violoncellista, ha anche dei muscoli notevoli. Le mette paura?

“Oltre a suonare è anche una docente di educazione fisica, fa palestra, ma riesce a mettere insieme arte e muscoli. E’ un ulteriore particolare di tutte queste donne, sono diverse fra loro, è un mondo bellissimo e pieno di sfumature, l’universo femminile”

Eppure lei negli ultimi tempi è stato contestato per “Le donne di Modena” accusata di essere una canzone sessista. Le era mai capitato nei 35 anni dall’uscita del disco?

“Assolutamente no. Anzi, al massimo c’era qualcuno che si lamentava per questioni di campanile: “Perché non ci sono le donne di Torino?”. Invece in questa storia c’è la metafora della deriva totale dell’Italia, l’autocensura a cui ci obblighiamo che è peggio della censura di un tempo”.

Vuol dire che le rimpiange i tempi in cui la Rai non passava le canzoni o le pecette sulle parole sgradite?

“Certo che no, ma almeno lì era tutto chiaro. Questo politicamente corretto è pessimo. Io sono nato nella generazione che ha fatto della libertà d’espressione il suo valore, al liceo leggevo “Il Male”, il giornale che quando morì Papa Giovanni Paolo I titolò “E’ rimorto il Papa”, perché erano passate solo poche settimane dalla morte di Paolo VI e, visto che era soprannominato “il Papa del sorriso”, pubblicò una vignetta con lo spazzolino”.

A volte così è anche un filo esagerato.

“Ma è lo scopo della satira, che per definizione è un pugno nello stomaco, un altro modo di vedere il mondo. Pensiamo a Charlie Hebdo e al suo modo di dire anche le cose più sgradevoli, per cui è finita sotto attacco. Invece, il politicamente corretto – di cui questa accusa di sessismo è la punta di un iceberg – è l’esatto opposto e nasconde dietro una facciata forse in regola un’ipocrisia di fondo. Invece, io sono uno portato a fare una cosa se mi dicono che non posso farla e mia mamma ha dovuto lottare tutta la vita contro questo, mentre mia sorella è sempre stata razionale e perfetta: una grande anatomo-patologa”.

Insomma, lei non si sente maschilista?

“Sono maschio, non maschilista. Ed è folle che non si possa dire niente senza essere tacciati di maschilismo o razzismo. Negare di essere maschio, quello sarebbe non normale”.

Significa che nelle canzoni si può dire di tutto?

“Significa che spesso si dimentica l’ironia. Ma l’avete mai sentito un testo trap, dove le donne sono citate e trattate come oggetti e generalmente descritte come bitch? Tutto sta a intendersi sui codici di linguaggio. Insomma, “Le donne di Modena” era una presa in giro non delle donne, ma dell’uomo italiano a cui piacerebbe farsi tutte le donne, ma poi dopo essersi vantato è solo a casa e non sa nemmeno cucinare”.

Insomma, lei è proprio sicuro? Non è sessista?

“Io credo nella libertà, non nel politicamente corretto. E libertà non vuol dire farsi i fatti propri, ma  essere liberi all’interno di un sistema di regole, altrimenti è un caos. C’è un mondo e anche molte donne che vivono di politicamente corretto, io invece vivo di libertà e di ironia. Se se la prendono con “Le donne di Modena, cosa dovrebbero dire di “Figlio unico” dove dico che cerco “Una che non parli, che cucini, che mi stiri le camicie e che mi lavi anche i calzini”?”.

Eppure, la posizione di chi la pensa come i suoi critici rischia di essere più diffusa di quanto pensiamo. Non le viene voglia di confrontarsi?

“Altrochè, anzi pensi che quando la ragazza mi diede del sessista a Sondrio la invitai a salire dicendole “Ora vieni qui e spieghi”. Ma, di fatto, il confronto non ebbe alcun effetto, lei ripeteva in continuazione solo che ero sessista, una sola frase, e io non riuscivo a farle capire che si trattava di ironia”.

Ma è stato sfortunato lei o, davvero, le nuove generazioni rischiano di non cogliere le sfumature e l’ironia?

“Guardi, sono padre anche io di un figlio di 24 anni e ogni generalizzazione sarebbe sbagliata. Ma troppo spesso i ragazzi pensano di avere la verità in tasca, non leggono libri, non hanno un’adeguata educazione sentimentale, non scherzano e non hanno idea di cosa sia l’ironia…”.

Lei sta facendo un quadro abbastanza drammatico dei giovani di oggi. Ma da cosa dipende?

“Credo che un problema centrale sia la mancanza di padri e il fatto che in molti si pongano come amici dei figli prima che come padri. Se nemmeno tuo padre ti può dire qualcosa, allora nessuno ti potrà dire niente. E questo spesso genera reazioni animalesche. Pensi ai femminicidi…”.

E’ proprio sicuro che i femminicidi nascano da questo?

“Troppo spesso non ci facciamo più caso, ma è qualcosa figlio del fatto che i ragazzi, che hanno il mito di essere vincenti, non sanno accettare la sconfitta e sono talmente impreparati che, alla prima cosa che non va bene, reagiscono in modo animalesco. La fidanzata mi lascia? La uccido”.

Lei, che ovviamente non si è mai macchiato di femminicidi, ha lasciato o è stato lasciato più volte?

“Entrambe parecchie…”.

Ma non pensa che dicendo che tutto è molestia, compresi i complimenti degli alpini, si sminuiscano le molestie vere?

“Sì, se non si distinguono i grigi, il rischio c’è. Non esiste che i complimenti belli siano considerati molestie, è un segno dei tempi malati”.

Lei sente particolarmente il problema della violenza sulle donne. Ha anche interpretato un film sul tema.

“Sì, una storia durissima, si chiama “Credo in un solo padre”, è diretto da Luca Guardabascio e, oltre a me, fra gli altri interpreti ci sono Massimo Bonetti e Flavio Bucci, nella sua ultima interpretazione prima di morire. Racconta la vita in una località al confine fra Campania e Basilicata dove Giuseppe, il personaggio di Bonetti, è un padre padrone violento e cattivissimo. E in paese tutti sanno, ma nessuno parla, diventando così tutti complici degli abusi. Ecco queste sono le cose serie su cui si deve tenere alta la guardia, non “Le donne di Modena””.

A proposito di Modena, quali sono geograficamente le donne che le piacciono di più?

“Le romagnole: simpatiche, divertenti, naif”.

Ma come deve essere una donna per conquistare Francesco Baccini?

“Molto simpatica prima che molto bella, se poi è anche molto bella va benissimo. Ma la bellezza senza cervello mi annoia terribilmente. A me piace essere stimolato”.

20/01/2023