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"Mi hanno licenziato, e adesso che faccio?": come si affronta la fine di un lavoro o di una relazione

Tra le esperienze più destabilizzanti c’è la fine di un lavoro durato a lungo, non solo per le conseguenze pratiche, ma per ciò che rappresentava

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Non sempre ce ne accorgiamo subito. Le cose non finiscono tutte allo stesso modo: alcune si spezzano, altre si consumano lentamente. Ad un un certo punto ciò che era familiare smette di esserlo.

La fine, spesso, non è un evento, ma una presa di coscienza. Siamo portati a pensare alle fini come a fatti esterni: una relazione che si chiude, un lavoro che termina, ma la parte più complessa accade dentro di noi.

Ogni esperienza significativa è costituita da una impalcatura fatta di: abitudini, aspettative, identità. Quando qualcosa finisce, quella struttura non regge più allo stesso modo.

Tra le esperienze più destabilizzanti c’è la fine di un lavoro durato a lungo, non solo per le conseguenze pratiche, ma per ciò che rappresentava.

Un lavoro costruito negli anni diventa molto più di un’occupazione: è struttura, riconoscimento, appartenenza. È un modo per collocarsi nel mondo. Quando viene meno, ciò che si incrina non è solo la quotidianità, ma anche la risposta implicita alla domanda: chi sono io, adesso? Entrano in gioco dinamiche psicologiche profonde: la tendenza a identificarsi completamente con il ruolo, la paura di non avere alternative, il rischio di leggere la fine come una misura del proprio valore.

Pensieri come: “non serve più quello che so fare” o “è troppo tardi per ricominciare” emergono prepotentemente. Queste non sono fotografie della realtà, ma interpretazioni, spesso influenzate dalla paura e dalla perdita di orientamento. Infatti restano: l’esperienza, le competenze, la capacità di adattarsi, di leggere le situazioni, di costruire relazioni. Un patrimonio prezioso e reale. Il lavoro può finire, ma non finisce ciò che ha contribuito a costruire ciò che siamo.

Dal punto di vista psicologico, una fine attraversa vari livelli contemporaneamente:

- la rottura dell’abitudine: il cervello ama ciò che è prevedibile, perché riduce lo sforzo e aumenta la sensazione di controllo;

- la perdita simbolica: non perdiamo solo ciò che avevamo, ma anche ciò che immaginavamo di avere;

- l’identità: quando un contesto cambia, siamo costretti a rinegoziare il modo in cui ci definiamo.

Una delle reazioni più comuni è cercare di opporsi alla fine per proteggersi dall’impatto emotivo, ma quando si prolunga troppo, rischia di bloccare il processo, perché impedisce di iniziare quella riorganizzazione interna che ogni fine richiede.

Dopo una fine, c’è quasi sempre fase intermedia, spesso vissuta come vuota o improduttiva. In realtà, è uno spazio psicologicamente cruciale dove le emozioni trovano una forma più stabile ed i vecchi pensieri iniziano a cedere il passo a nuove possibilità.

Uno degli snodi più importanti è il modo in cui raccontiamo ciò che è finito. Siamo abituati a vedere la fine come una chiusura, ma psicologicamente è anche un’apertura.

Quando qualcosa non può più continuare nella forma che aveva, si crea uno spazio nuovo. All’inizio è incerto, a volte fa paura, ma è anche l’unico luogo in cui può emergere qualcosa di diverso.

È quindi importante essere in grado di riconoscere quando si è esaurito un percorso, per darsi l’opportunità di scriverne un altro. Per questo, a volte, una fine non è ciò che ci allontana dalla strada, ma è ciò che silenziosamente la crea.