Noa: "Io, ebrea e femminista che ho cantato per tre Papi. Bach? La mia ossessione"

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Intervistare i più grandi, oltre che essere un privilegio, è anche la conferma che per arrivare davvero in alto ci vuole talento, studio, volontà e soprattutto molta umiltà. Noa, cantautrice, poetessa, compositrice, percussionista, attivista e madre di tre bambini, ne è la conferma come potete constatare nella videointervista, tradotta qui sotto.

Cresciuta tra Yemen, Israele e Stati Uniti, Achinoam Nini (questo il suo vero nome) è in Italia per una serie di concerti (il 12 marzo al Teatro Toniolo di Mestre, il 6 aprile al Teatro Gentile di Cittanova, vicino a Reggio Calabria, il 24 maggio all’Auditorium Parco della Musica di Roma e per il lancio del suo nuovo disco, un vero capolavoro. Si intitola “Letters to Bach” ed è  prodotto dal leggendario Quincy Jones, a cui Noa è lagata oltre che da una stima infinita da una grande amicizia. Il disco, di cui è già uscito il primo singolo “No baby”, è composto da 12 brani musicali del compositore tedesco Johann Sebastian Bach arricchiti i testi di Noa, in inglese ed ebraico, ispirati a temi che spaziano dalla sfera personale a una più universale, compresi la religione, la tecnologia l’eutanasia, il femminismo e l’amore. Noa ha pubblicato 15 album, si è esibita nei luoghi più importanti e prestigiosi del mondo come la Carnegie Hall e la Casa Bianca e ha cantato per tre Papi. Cresciuta artisticamente sotto la guida di Pat Metheny e Quincy Jones, ha condiviso il palco con leggende come Stevie Wonder, Andrea Bocelli e Sting.

Come le è venuto in mente di usare Bach per le canzoni del suo ultimo albun “Letters to Bach”? Qual è la modernità della musica del compositore tedesco?

“Non ho mai pensato di usare Bach per i miei testi, ma ho dato a Bach i miei testi. È un approccio diverso. Bach è stato l’ispirazione, un’ispirazione incredibile non solo per qualunque musicista vivente, ma per chiunque ami la musica. Il mio insegnante di canto mi diceva “ Io non credo in Dio, ma credo in Bach”. In altre parole, ascoltare la musica di Bach ti fa credere che ci deve essere un Dio, un qualunque Dio che ha permesso a quest’uomo di scrivere questa musica magica. Le mie canzoni sono un viaggio che è iniziato molti anni fa quando ho scritto un testo sulla musica dell’Ave Maria di Bach e Gounod, e che ho eseguito insieme a Gil Dor. Posso dire che questa canzone ha cambiato la mia vita, perché sono stata invitata al Vaticano molte volte e ho interpretato questa canzone in tutto il mondo facendone un simbolo per abbattere i muri fra le diverse religioni e culture. Quindi, per me, è diventato naturale scrivere testi per la musica di Bach. Da allora questa è diventata una specie di ossessione: mi rendo conto che le parole nascono in me in modo naturale come fiori dopo la pioggia e poi si tratta solo di diffonderle e di connetterle a tutto ciò che è fondamentale per me e per la mia generazione, temi attuali come la tecnologia, l’innovazione, la religione, il rapporto tra la vita e la morte, la difficoltà di crescere dei bambini in questo mondo pazzo, l’amore e le relazioni. E c’è anche tanto umorismo. Il mio obiettivo era di danzare con Bach e di condurlo danzando all’interno della stanza del ventunesimo secolo".

Il femminismo è uno dei temi che tratta nelle sue canzoni. Si sente femminista? Pensa che sia ancora necessario combattere per la parità di genere?

“Assolutamente sì. È necessario perché ancora la parità di genere non c’è, né nelle società non occidentali non progressiste né nella società occidentale progressista. La situazione delle donne è orribile. Basta pensare che una donna a parità di condizione lavorativa è pagata la metà. È ridicolo. Sono femminista, ma prima di tutto sono umanista, credo nelle persone. Sono femminista perché credo nel potere delle donne e nelle donne al potere che possono dare il loro contributo in una società globale. Il mio nome Noa, per esempio, è il nome della prima femminista della Bibbia, la prima donna che ha lottato per i diritti delle donne, e sono molto orgogliosa di portare questo nome. C’è una canzone nell’album che si intitola “ Look at me” sulla musica del Concerto N. 5 di Bach che parla di una donna che si confronta con il mondo cercando di enfatizzare la sua umanità e la sua femminilità, la sua bellezza e il suo potere di abbattere i muri. È dedicata alle donne, alla loro influenza per trasformare il mondo in un posto migliore”.

Ha incontrato tre Papi. Cosa le ha dato questa esperienza?

“Non c’è dubbio che essere ebrea e cantare al Vaticano sia un’esperienza forte, una di quelle che ti cambia la vita. Sono stata molto colpita da Papa Giovanni Paolo II, dalla sua visita a Israele, dal suo essere vicino agli Ebrei, e dal suo tentativo di trovare un terreno comune tra Ebraismo e Cristianesimo che potesse portare alla pace. È un leader meraviglioso, ho cantato per lui ma non l’ho mai incontrato. Invece, ho incontrato Papa Francesco tre volte e lo adoro per la sua potente umanità e la modestia. Per me è sicuramente un grande leader religioso. E’ stato molto importante per me e Gil aver avuto il privilegio di incontralo e cantare per lui. Io e Gil scherzando diciamo che noi siamo l’orchestra del Vaticano perché siamo stati invitati a esibirci così tante volte e, ovviamente, corriamo ogni volta che veniamo chiamati, specialmente per Papa Francesco”.

Le canzoni di “Letters to Bach” toccano anche il tema delle relazioni attraverso i social media. Lei utilizza i social e pensa che le relazioni tramite i social oggi siano più semplici che in passato?

“Uso i social ma in modo selettivo e sano. Uso Instagram (Noa Nini) e Facebook ma solo per promuovere il mio lavoro e per comunicare con i miei fan ma non sono interessata alla parte più frivola dei social, gatti, cani, ricettte.. E’ un modo per imparare, per scoprire nuove persone e idee, ma penso che sia meglio essere selettivi e usarli con moderazione, senza esserne ossessionati. Le relazioni attraverso i social, da una parte offrono la possibilità di incontrare tante persone, ma il modo in cui le incontri è molto superficiale, senza un coinvolgimento visivo o fisico, e può creare delle illusioni soprattutto nei più giovani. Penso sia un mondo ancora da studiare per scoprire se veramente può fare più bene che male”.

 

Cosa ne pensa dell’eterno conflitto israelo-palestinese? È ottimista? Chi o quale organizzazione potrebbe trovare una soluzione?

“Il conflitto è problematico e dura da tanto tempo. Ma la chiave per capirlo e per essere ottimisti al riguardo, è guardarlo dal punto di vista storico. Se lo si considera da una prospettiva storica non è un conflitto così lungo e nemmeno il peggiore. Se si tiene conto del prezzo in termine di vite umane che è stato pagato in altri conflitti come le guerre mondiali o altre guerre, con le vittime del conflitto israelo palestinese che sono state centocinquantamila, si può dire che il numero è modesto. Certo si tratta di vite umane e ogni vita umana è un intero universo, ma dal punto di vista storico non è un conflitto enorme. E tuttavia, è il suo significato che è immenso, perché tutti sappiamo che se fossimo riusciti ad arrivare alla pace nei dieci anni passati e Gerusalemme fosse diventata una città di pace, questo avrebbe avuto un enorme significato per tutto il mondo e non solo per il Medio Oriente. E questo avrebbe dato al mondo la speranza che conflitti come questo possono essere risolti. Penso che ci possa essere una soluzione. Tutti in Medio Oriente lo pensano, non è un mistero. Ma deve essere una soluzione fra due Stati, con dei compromessi sui confini, con la collaborazione per la sicurezza della comunità internazionale, dei paesi occidentali, della Lega Araba. E non è una cosa che io mi sto inventando. Se ne è già parlato, ci sono delle mappe e degli accordi che sono già sul tavolo. C’è solo bisogno che qualcuno lo faccia, serve un leader coraggioso. Noi ne abbiamo avuto uno, Rabin, ed è stato assassinato, e un altro, Sadat, ed è stato assassinato. Non è impossibile credere che una leadership coraggiosa potrebbe ispirare il popolo. Non bisogna guardare ai sondaggi. Quelli possono cambiare ogni settimana. Se guardi i sondaggi ti accorgi che la maggior parte delle persone crede che ci sia una soluzione per questo conflitto. Ma il problema è che chi è al potere è più interessato a conservare il potere che a rendere migliore la nostra vita, cosa che succede in tutto il mondo e, di sicuro, in Israele. Quindi abbiamo bisogno di un sistema democratico ( le elezioni si terranno il prossimo aprile) e di un popolo che lotti per quello in cui crede. È complicato ma non impossibile. Ci sono tante buone persone che stanno lavorando per la pace e la coesistenza, e tante organizzazioni che qui in Italia e in Europa forse non sono note. Io stessa sono personalmente coinvolta in molte di queste associazioni e siedo nel Consiglio di una delle più importanti organizzazioni che supporta i diritti umani e che lavora incessantemente per migliorare la nostra società. Abbiamo bisogno di una leadership coraggiosa e di un popolo che la supporta. Quindi io scelgo di essere ottimista".