I castelli delle donne fra amori, fantasmi e passioni

Viaggio fra castelli, rocche e antichi manieri dell’Emilia Romagna, patrimonio del Bel Paese e dove si sono consumati amori, passioni, tragedie

Castelli, rocche e antichi manieri, dove si sono consumati amori, passioni, tragedie: sono quelli di un itinerario promosso da Destinazione Turistica Emilia tra le province di Parma, Piacenza e Reggio Emilia e famosi per le storie di donne che vi hanno vissuto esercitando un immenso potere o trovandovi una fine ingrata. Un filo rosa che unisce le storie di donne divenute leggendarie, così come leggendarie sono le loro dimore, patrimonio del Bel Paese.

Il suicidio di Everelina

Preferì la morte la bella Everelina, figlia di un vasssallo di Matilde di Canossa, tra le figure più importanti del Medioevo occidentale, lanciandosi nel dirupo sotto il castello di Rossena, che con la torre di Rossenella costituiva l’avamposto difensivo dei Canossa nella Val d’Enza. Preferì la morte alle nozze con un uomo che non amava. Dopo di lei nel castello, oggi nel territorio del Comune di Canossa, in provincia di Reggio Emilia, vissero Maria Luigia d’Asburgo Lorena, duchessa di Parma, Piacenza e Guastalla e Adelgonda di Baviera, duchessa di Modena e Reggio Emilia e consorte di Francesco V d’Asburgo d’Este.

Il fantasma di Rosania Fulgosio

A Gropparello, nel piacentino, c’è un castello che oggi fa felici i bambini. Nel bosco del castello, fra rocce millenarie e alberi secolari, è stato, infatti, creato un Parco delle Fiabe: “Chi viveva nel bosco?” amano raccontare quelli del castello. “Vivevano le Fate, i Folletti, gli Elfi, i Druidi… e poi c’era l’Uomo Albero e forse l’Uomo Animale. Non mancavano di certo di passare di lì Streghe e Maghi, nella perenne ricerca di erbe per le loro pozioni”.

Il castello, però, è anche quello della storia di Rosania Fulgosio, sua signora, che vi visse nel XIII secolo e che secondo la leggenda fu murata viva dal marito Pietrone da Cagnano al ritorno dalla guerra dopo averne scoperto il tradimento con un capitano di ventura, antico amore di Rosania, che aveva nel frattempo conquistato il castello. Rosania fu rinchiusa in una stanza segreta, mai più ritrovata, fatta costruire dal marito nei sotterranei. La storia di Rosania s’è impossessata del luogo: c’è chi racconta di averne sentito nelle notti di vento la voce e i lamenti e chi, fra cui gli odierni proprietari, di averne visto il fantasma.

Matilde di Canossa, l’alfiera del papato 

Tre i luoghi legati, invece, a Matilde di Canossa, figlia di Bonifacio da Canossa e di Beatrice di Lotaringia e potente feudataria, nonché grande sostenitrice del papato: il Castello di Canossa, la Rocca di Reggiolo e il Castello di Carpinati.

Il primo, in provincia di Reggio Emilia, è famoso per l’invocazione al perdono di Enrico IV di Franconia che il pontefice Gregorio VII aveva scomunicato dopo che il primo aveva assegnato la diocesi di Milano al chierico Tebaldo, aprendo di fatto il conflitto sulle prerogative dell’investitura episcopale. Giunto a Canossa, fra le cui mura aveva trovato rifugio Gregorio VII dopo aver saputo che l’esercito di Enrico IV era diretto a Roma, quest’ultimo, vestito di poveri indumenti, a piedi scalzi e con il capo coperto di cenere, rimase inginnochiato davanti all’ingresso del castello per tre giorni e tre notti, mentre infuriava una bufera di neve, chiedendo di essere ammesso al cospetto del pontefice, ciò che avvenne il 28 gennaio di quell’anno, il 1077, grazie all’intercessione del padrino, l’abate di Cluny, e di Matilde. Ancora oggi l’espressione andare a Canossa significa umiliarsi, piegarsi di fronte a un nemico, ritrattare, ammettere di avere sbagliato, fare atto di sottomissione.

Alla Rocca di Reggiolo, in provincia di Reggio Emilia, Matilde soggiornò dal 1096 al 1115, anno della sua morte. Era stata la madre Beatrice di Lotaringia, nel 1044 ad acquistare per mille lire d’argento sei corti da un certo Gotfredo, fra cui Razolo, quindi Reggiolo, con la sua torre e la chiesa di San Venerio.

Particolarmente amato da Matilde fu, invece, il Castello di Carpineti, in provincia di Reggio Emilia, il più alto tra le fortezze appenniniche, protetto da una triplice cinta di mura e dove nella primavera del 1077 trascorse “il momento più felice della sua vita” decisa a spendersi con tutte le sue forze per la causa della riforma gregoriana della Chiesa.

Beatrice di Lotaringia, potente donna del Medioevo 

Il Castello di Bianello, in provincia di Reggio Emilia, è legato a Beatrice di Lotaringia, madre di Matilde di Canossa, che lo acquistò nel 1044, facendolo entrare nei possessi di famiglia, quand’ancora era sposata a Bonifacio di Toscana, padre dei suoi tre figli Beatrice, Federico e Matilde. Dopo la morte del marito, nel 1052, Beatrice si risposò con Goffredo di Lorena, con cui governò la marca di Toscana e i possedimenti ereditati da Bonifacio, ciò che ne fece “una delle donne più potenti della sua epoca”.

Maria Bertolani Del Rio, la psichiatra 

Il Castello di Sarzano, una fortificazione medievale nel comune di Casina, in provincia di Reggio Emilia, fu acquistato nel X secolo con il suo podere da Atto Adalberto, antenato di Matilde di Canossa. Le sue vicissitudini furono studiate per la prima volta da Maria Bertolani Del Rio, medico, scienziata e storica nata a Reggio Emilia nel 1892 e che lavorò al San Lazzaro, l’ospedale psichiatrico della città, dove sperimentò i benefici dell’Ars Canusina, da lei creata nell’ambito di un’esperienza di ergoterapia per il recupero di ragazzi e ragazze “frenastenici emendabili” da incoraggiare all’autonomia sociale e lavorativa con la creazione di oggetti artigianali ispirati agli stilemi tipici dell’arte romanica di epoca matildica, dell’epoca di Matilde di Canossa, cioè, di cui Maria Bertolani Del Rio era ammiratrice. Ars Canusina è diventato, così, il marchio dell’artigianato artistico tipico dell’Emilia mediopadana e appenninica.

Maria Luigia d’Asburgo Lorena, la vita senza Napoleone 

Nella Rocca Sanvitale a Sala Baganza, in provincia di Parma, visse, invece, con i suoi figli Maria Luigia d’Asburgo Lorena, duchessa di Parma, Piacenza e Guastalla e già imperatrice di Francia per aver sposato Napoleone Bonaparte. Nella Rocca, con giardino farnesiano, si trovano preziosi affreschi cinquecenteschi e settecenteschi, mentre le cantine ospitano un museo del vino.

Bianca Pellegrini, l’amante del condottiero 

Il Castello di Torrechiara, che è anche il nome del piccolo borgo in provincia di Parma, conserva il ricordo dell’amore del condottiero Pier Maria Rossi, conte di San Secondo, per la nobildonna comasca Bianca Pellegrini d’Arluno, sua amante – lui era sposato con Antonia Torelli, figlia di Guido Torelli, conte di Guastalla e di Montechiarugolo, e di Orsina Visconti. Per lei chiese al pittore bresciano Benedetto Bembo di decorare la stanza da letto, la Camera d’Oro, con gli affreschi delle lunette che celebrano l’amore dei due amanti e quelli della volta a crociera con Bianca in abiti eleganti raffigurata in ogni spicchio in veste di pellegrina tra i castelli di Pier Maria alla ricerca del proprio amante. 

Barbara Sanseverino morta sul patibolo

Nel 1564, dopo aver sposato Gilberto Sanvitale, signore di Sala Baganza, la nobildonna Barbara Sanseverino, figlia di Gianfrancesco Sanseverino e di Lavinia Sanseverino d’Aragona, si trasferì a Colorno, ancora oggi famosa per la sua reggia. Barbara Sanseverino fu una donna di cultura – creò un circolo letterario in concorrenza con quello della corte Farnese di Parma – e strinse relazioni con i Gonzaga di Mantova e gli Este di Ferrara.

Con lei a Colorno nacquero un giardino all’italiana dal disegno geometrico e con aiuole, fontane, sentieri e canali. Fu anche una collezionista d’arte, di antichi cammei e delle opere di Tiziano, Andrea del Sarto, Correggio, Gerolamo Mazzola Bedoli, Giulio Romano e del Parmigianino. Dopo la sua morte, avvenuta sul patibolo, condannata nel 1612 da Ranuccio I Farnese per i suoi legami con la corte mantovana, la collezione venne confiscata dai Farnese e oggi in gran parte esposta nel Museo di Capodimonte, a Napoli.

Un castello per tre contesse 

Il Castello di San Pietro in Cerro, nel piacentino, fu dimora di tre contesse. “Maddalena Dolzani” spiegano gli ideatori dell’itinerario “fu la donna che sposando Bartolomeo Barattieri nel 1421 portò in dote i terreni con sopra la torre di guardia, che poi furono inglobati nel maniero. Nel Cinquecento fu Bianca Maria Scotti ad abitare il castello: l’unione della sua famiglia con quella dei Barattieri è sugellata nel fregio del salone rosa. Nel XIX secolo, invece, fu la contessa Maria Teresa Zangrandi a lasciare il segno a San Pietro in Cerro. A lei si deve probabilmente il ciclo pittorico del salone d’onore del castello, firmato con il possibile pseudonimo Leonardo Hernani Magu. La contessa ha lasciato diverse opere in raccolte private e alla Galleria d’arte moderna Ricci Oddi”.

Il gioiello della principessa romana 

Fondato nel X secolo, il Castello di Vigoleno, nel piacentino, esempio di borgo fortificato medievale, domina le colline emiliane. Fu sua proprietaria la principessa romana Maria Ruspoli de Gramont, che nel 1907 aveva sposato a Parigi il duca Antoine XI Agenor de Gramont, molto più anziano di lei, che non disdegnò di tradire, ereditandone alla morte una grande fortuna. Il castello, da lei acquistato nel 1922, divenne ben presto un “salone di arte e di mondanità”, ospitando fra le sue mura celebrità dell’epoca, fra cui il letterato Gabriele D’Annunzio, l’attore Douglas Fairbanks, il pittore e scultore Max Ernst, il pianista Arthur Rubenstein, la scrittrice Elsa Maxwell, il poeta, saggista e drammaturgo Jean Cocteau e la diva e produttrice del cinema muto Mary Pickford.     

 

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