Dal favismo all’aborto: il mondo oscuro dell’henné

Favismo, aborti, tinture su neonati e bambini, commercio opaco, il volto nascosto delle piante tintorie

Una polvere verdastra ricavata dalle foglie essiccate della Lawsonia inermis L., arbusto delle Lythraceae dai piccoli fiori bianchi diffuso dall’Africa all’Asia, passando per il Medio Oriente e venerato sin dall’antichità come fonte di un colorante per tessuti, corpo, capelli e unghie: gli arabi la chiamano, così come l’arbusto e con varianti, al-innā, in Occidente conosciuta come henné, alla francese. Una polvere usata in ambito religioso e sociale, come cosmetico o nel trattamento della dermatite seborroica e delle infezioni fungine.

Non c’è donna o uomo che abbia resistito al suo mito. Da secoli è tutto un tingere e tingersi con l’henné, tanto da chiamare henné nero l’indaco, che si ottiene, invece, dalla fermentazione delle foglie della Indigofera tinctoria L. pianta delle Leguminose che ben s’adatta ai climi tropicali e che cresce spontanea in Africa, nel Sud-est asiatico e in Oceania, quindi henné neutro la polvere usata per donare lucentezza e corpo ai capelli ricavata dalle foglie essiccate della Cassia obovata Collad., conosciuta anche come Cassia italica o Senna italica, pianta erbacea perenne delle Leguminose originaria dell’Asia, del Medio Oriente e dell’Africa tropicale.

Black henna e PPD: un mix pericoloso

Una corsa al tingersi che ha scoperto la black henna, una mistura con l’aggiunta di forti dosi di PPD o para-fenilendiammina, un agente scurente. Nel 2018 la BBC raccontò, ad esempio, la storia di Mary Bates che nel 2015, in visita in Turchia, si fece convincere da una donna sulla spiaggia a farsi tatuare con black henna, di cui non aveva mai sentito parlare: “Dopo un’ora c’era qualcosa che non andava. Tutte le linee hanno iniziato a crescere e peggioravano sempre di più. Dopo alcuni giorni hanno iniziato a trasudare e si sono staccati enormi pezzi di pelle”. La causa? La para-fenilendiammina.

I bambini di Karthoum 

Nel 1992 uno studio pubblicato sugli Annals of Tropical Paediatrics riferì il caso di avvelenamento fra il 1984 e il 1989 di 31 bambini sudanesi di Karthoum cui era stata applicata una miscela colorante a base di henné e PPD: “Tutti i bambini presentavano un edema angioneurotico acuto e grave, mentre per 15 casi è stata richiesta la tracheostomia d’emergenza per ostruzione respiratoria. Insufficienza renale acuta si è verificata in cinque bambini che hanno recuperato dopo la dialisi peritoneale. Alta la mortalità con 13 decessi, tutti e 13 a 24 ore dall’insorgere dell’evento. Lo shock ipotensivo ha dato una prognosi sfavorevole. È possibile che casi simili si verifichino, non riconosciuti, dove l’hennè viene tradizionalmente utilizzato. Un programma di educazione pubblica e la restrizione della para-fenilendiammina sono da richiedere urgentemente in Sudan e in altre nazioni colpite. L’ingestione è stata accidentale in 12 bambini, deliberata in 10 e omicida in tre casi, con assorbimento cutaneo probabile nei rimanenti sei”.

Commercio opaco

In questa corsa al tingersi brinda il commercio di prodotti scadenti: polveri e creme vendute in confezioni di dubbio gusto con donne dalle chiome nero corvino, bionde, rosso mogano e rosso acceso che sembrano dire, ammiccando, tingiti e sarai come me! Un commercio spinto dalla vanità per la gioia dei negozietti etnici e di importatori insofferenti alle norme che non disdegnano, tempi moderni, l’e-commerce: India, Pakistan, Marocco, Turchia, molti di questi prodotti arrivano da qua.

Di questo commercio ne sa qualcosa il Rapex, il sistema di allerta rapido dell’Unione Europea nelle cui maglie finiscono i prodotti, fra cui i cosmetici, pericolosi per il consumatore e non conformi ai requisiti di sicurezza delle direttive comunitarie: prodotti ritirati dal mercato, di cui viene vietata l’importazione, richiamati se hanno raggiunto i consumatori. Consultando il database si trovano, ad esempio, diversi prodotti tintori, spacciati come 100% sicuri e naturali, segnalati per rischio chimico o microbiologico. Prodotti, nel primo caso, provenienti da Francia, India, Repubblica Ceca e Russia, con aggiunta di 2-Nitro-p-fenilendiamina, con rischi per occhi e pelle danneggiata e capace di scatenare infezioni e irritazioni; con concentrazioni elevate di PPD, causa di dermatite allergica da contatto; con aggiunta massiccia di perborato di sodio, tossico ad alte dosi, ricorda un richiamo, nonché pericoloso per la fertilità o il feto; di N-nitroso-dietanolammina, considerata “cancerogena per l’uomo”; di perossido di bario, “nocivo se ingerito o inalato”. Prodotti, i secondi, provenienti da Brasile, Francia, India e Turchia, contaminati da batteri mesofili aerobici, lieviti e muffe.

Quel silenzio sul favismo di chi vende henné

Scarsa l’informazione, per non dire assente, da parte di chi vende henné nei confronti di coloro che soffrono di deficit di G6PD, in poche parole, favismo: “Il favismo, carenza dell’enzima Glucosio-6-Fosfato Deidrogenasi - abbreviato G6PD” ci spiega la dottoressa Alessandra Vasselli, cosmetologa e membro del comitato direttivo di AIDECO, l’associazione italiana di dermatologia e cosmetologia, “come noto può determinare anemia emolitica, grave alterazione a carico dei globuli rossi. Chi ne è affetto pertanto deve evitare con massima attenzione non solo le fave, ma tutte le sostanze che possono interferire negativamente con questa patologia, non solo per contatto ma anche per inalazione o per contaminazione (in fase di produzione di prodotti di consumo)”.

Nel caso della Lawsonia inermis L. il meccanismo è scatenato dal lawsone: “L’henné” continua “ingrediente fitocosmetico per tinture ‘naturali’ è ricavato dalle foglie di un arbusto denominato Lawsonia inermis L. della famiglia delle Lythraceae e non viene utilizzato solo per la colorazione temporanea dei capelli, ma anche per tingere la pelle o realizzare tatuaggi. Esistono diversi tipi di prodotto, ma in realtà la vera tintura naturale è rossa o tendente al rosso. Contiene un ingrediente, lawsone - ovvero chimicamente il 2-idrossi-1,4-naftochinone - la cui struttura è simile a quella di un metabolita del naftalene (1,4-naftochinone): è un potente ossidante sulle cellule carenti di G6PD” e, quindi, in grado di provocare emolisi.

“Considerate la complessità degli estratti vegetali che possono contenere naftochinone o sostanze simili e la serietà del problema” spiega ancora “è sconsigliabile l’uso di questi prodotti/composti/miscele ai soggetti affetti da tale patologia. Così come riportato sul sito dell’Associazione Italiana Favismo - Deficit di G6PD Onlus, oltre ai medicinali elencati, ‘altri elementi vari’ che dovrebbero essere evitati sono ovviamente ‘le fave, l’Henné nero (Indigofera tinctoria), l’Henné rosso egiziano (Lawsone inermis) ed altri coloranti affini, usati in Italia’ (e nel mondo) ‘sia per pseudo-tatuaggi sia per tingere i capelli’. Sarebbe opportuno inoltre studiare meglio la composizione analitica degli estratti vegetali, prima di farne uso in questi casi, ed escludere quindi tassativamente la presenza di composti simili all’1,4-naftochinone”.

Un tour in Medio Oriente

La dottoressa Vasselli ci ha, quindi, segnalato alcuni studi, la cui analisi aiuta a comprendere ancor di più la natura del problema. Nel 1996 uno studio in vitro con i risultati pubblicati su Pediatrics fece pensare a William H. Zinkham e Frank A. Oski, i due autori, che la sostanza responsabile dell’emolisi in soggetti con deficit di G6PD fosse il 2-idrossi-1,4-naftochinone, cioè, il lawsone: “Nelle regioni del mondo con alta incidenza di deficit di G6PD e di inspiegabile iperbilirubinemia l’emolisi ossidativa successiva all’applicazione di henna potrebbe essere l’evento scatenante”. Nello studio si ricordano i numerosi report provenienti da Grecia, India, Thailandia, Ghana, Nigeria, Turchia, Sardegna e Cina sulla iperbilirubinemia neonatale, in particolare in soggetti con deficit di G6PD, associata a morbosità e mortalità con cause via via ascritte all’esposizione al naftalene, al mentolo, al latte materno di madri che avevano ingerito fave, all’immaturità del fegato. Fino ad un’intuizione: nel 1993 durante un tour medico in Medio Oriente Frank A. Oski aveva, infatti, osservato che alcuni neonati con inspiegabile iperbilirubinemia avevano la pelle colorata dovuta ad un’applicazione topica di henné, ricordandone, quindi, l’uso, in alcuni paesi, in occasione di cerimonie o eventi sociali, compresi matrimoni e circoncisioni.

I neonati di al Jahra

Nel 1996 uno studio pubblicato sugli Annals of Tropical Paediatrics si concentrò, invece, su una nuova osservazione clinica dell’emolisi indotta dall’henné su neonati con deficit di G6PD, ricordando il caso di 15 neonati maschi ricoverati, nell’arco di 10 anni, all’ospedale di al Jahra, in Kuwait, giuntivi con emolisi acuta pochi giorni dopo l’applicazione di henné sul corpo secondo una pratica tribale beduina per festeggiare l’arrivo del primogenito: “L’assorbimento cutaneo di henné” conclude lo studio “è ben riconosciuto e le scoperte cliniche supportano l’effetto nocivo dell’henné sui globuli rossi con deficit di G6PD. È stato istituito un programma di educazione sanitaria locale per prevenire l’uso di tintura di henné durante l’infanzia”.

Genitori senza giudizio

Nel 2001 sugli Archives of Disease in Childhood fu pubblicato uno studio sull’henné come causa di emolisi pericolosa per la vita in casi di deficit di G6PD. Lo studio presentava il caso di una neonata di 20 giorni, con una storia familiare di deficit di G6PD, cui la madre aveva spalmato henné su tutto il corpo, ciò che, dopo 24 ore, aveva scatenato ittero e letargia. Quindi il caso di un neonato di 2 mesi, risultato allo screening affetto da deficit di G6PD, con la madre, nonostante i genitori fossero stati istruiti nell’evitare l’henné, che gli aveva applicato henné sul palmo delle mani e sulla pianta dei piedi: “Dopo 48 ore la sua urina era rossa, era pallido e itterico e ha vomitato”. Portato in ospedale dopo 2 giorni, era sotto shock. Il caso, quindi, di un bambino di 3 anni, con la pianta dei piedi completamente impregnata di henné, assalito a 24 ore dall’applicazione, da pallore crescente, tachicardia, cattiva circolazione periferica e, dopo 3 giorni, da vomito, anemia, itterizia.

Casi che ricordano quello di una bambina di 4 anni cui era stato applicato henné sul palmo delle mani e la pianta dei piedi, sviluppando, dopo 2 giorni, pallore, ittero, vomito e letargia. “I casi da noi raccolti in un anno suggeriscono un potenziale pericolo di vita per via dell’henné che causa un’emolisi acuta nei bambini con deficit di G6PD” così lo studio. “L’uso dell’henné dovrebbe essere scoraggiato nei bambini in generale e in persone con deficit di G6PD di qualsiasi età”.

Nel 2004 sullo International Journal of Clinical Pratice fu pubblicato uno studio sull’anemia emolitica causata dall’henné su due fratelli con deficit di G6PD e sul cui corpo i genitori avevano spalmato henné per curare alcune lesioni cutanee: “Anche se sono stati dimostrati gli effetti anti-infiammatori, analgesici e antipiretici dell’henné, in alcuni casi può causare gravi effetti collaterali. Per questo motivo, specialmente nelle regioni in cui il deficit di enzima G6PD è comune, le persone dovrebbero essere informate sugli effetti collaterali dell’applicazione topica con l’henné e i medici essere consapevoli di queste manifestazioni”.

Senza difese

Nel 2004 su Toxicological Sciences fu pubblicato uno studio sulla risposta emolitica all’henné in individui con difese antiossidanti compromesse, concludendo come il lawsone, principio attivo dell’henné, potesse, dopo l’applicazione, scatenare una “grave anemia emolitica”.

Abortire con l’henné

Nel 2011 un studio pubblicato su Médecine tropicale riferì un caso di grave anemia emolitica in una paziente di 17 anni dell’arcipelago delle Mayotte, nell’Oceano Indiano, con deficit parziale di G6PD, che aveva volontariamente assunto decotto di henné per procurarsi un aborto. “In diversi paesi il decotto di henné viene ingerito come una droga tradizionale per indurre l’aborto” spiega lo studio, ricordando “i pericoli potenzialmente letali associati ad alcuni estratti vegetali usati come medicine tradizionali”.

I pericoli della medicina alternativa

Nel 2017 uno studio pubblicato su Blood Purification presentò, invece, il caso di un uomo del Myanmar ricoverato d’urgenza dopo aver bevuto un decotto di henné: “La medicina alternativa sta guadagnando popolarità in tutto il mondo. In Asia, in particolare nel sud-est asiatico, la medicina a base di erbe svolge un ruolo importante nel settore sanitario. Un uomo di 34 anni originario di Yangon, Myanmar, è stato ricoverato nel reparto medico del nostro ospedale dopo aver ingerito un rimedio a base di erbe con foglie di henné bollite (Dan Ywet in birmano)”. Dopo aver bevuto il decotto, l’uomo aveva sviluppato emoglobinuria, la presenza, cioè, di emoglobina nelle urine in concentrazioni “anormalmente elevate”, con conseguente danno renale acuto, tanto da rendere necessarie 5 sedute di emodialisi.

L’uomo era affetto da G6PD.

 

Abbiamo parlato di:

Black henna: ‘My holiday henna tattoo scarred me for life’ Articolo

Poisoning from henna dye and para-phenylenediamime mixtures in children in Khartoum Articolo

AIDECO – Associazione Italiana Dermatologia e Cosmetologia Website | Facebook

Rapex – Rapid Alert System Non-Food Website | Twitter

Henna: A Potential Cause of Oxidative Hemolysis and Neonatal Hyperbilirubinemia Articolo

Henna (Lawsonia inermis Linn.) inducing haemolysis among G6PD-deficient newborns. A new clinical observation Articolo

Henna causes life threatening haemolysis in glucose-6-phosphate dehydrogenase deficiency Articolo

Henna (Lawsonia inermis Linn.) induced haemolytic anaemia in siblings Articolo

Role of oxidant stress in lawsone-induced hemolyticanemia Articolo

Hemolyticanemia after voluntary ingestion of henna (Lawsoniainermis) decoction by a young girl with G6PD deficiency Articolo

Acute Kidney Injury following Ingestion of Henna Leaf Extract: A Case Report from Myanmar Articolo