Édith Piaf: storia della donna cui la Chiesa negò il funerale religioso perché "visse nel pubblico peccato"

Dagli anni de “La Vie en rose”, all'unica vera tragica storia d'amore con il campione di pugilato, sposato, Marcel Cerda. Alla cantante fu intitolato anche un asteroide

Foto Ansa e Ufficio stampa spettacolo Édith

Leggi più veloce

«Non, rien de rien / Non, je ne regrette rien / Ni le bien qu'on m'a fait, ni le mal / Tout ça m'est bien égal», che tradotto significa «No, niente di niente / No, non rimpiango niente / Né il bene che mi è stato fatto, né il male / Per me è lo stesso».

Sta tutta qui in questi quattro versi la storia di Édith Piaf, talmente grande e romanzesca da essere al centro di un’opera scritta da Maurizio Fabrizio e Guido Morra, gli autori di “I migliori anni della nostra vita” di Renato Zero e di moltissimi altri testi di canzoni, che andrà in scena in prima assoluta al Carlo Felice di Genova il 17 dicembre.

La storia di Édith Piaf

Ma, prima di arrivare all’opera, per capire quanto sia epica, drammatica e meravigliosa la trama, ricostruiamo in pillole la storia di questa cantante morta il 10 ottobre 1963 a Grasse, patria dei profumi, a soli 47 anni. Una storia che potrebbe essere raccontata con decine di nomi di amori e di amanti, tanto che la chiesa le negò il funerale religioso, a causa della sua vita “in contraddizione ai valori morali del cattolicesimo”, i suoi ripetuti divorzi e la sua vita sessuale "tumultuosa”, tanto che “L’Osservatore Romano” la definì "un idolo di allegria prefabbricata" che aveva "vissuto nel pubblico peccato".

Ma, forse, gli amori e i grandi amori di Édith si possono leggere meglio attraverso altri occhi e attraverso la sua storia personale, anche e soprattutto quella infantile: il papà faceva il contorsionista, la mamma era cantante di strada, livornese di origini berbere, e secondo la leggenda asseverata da una targa a Parigi la piccola

Édith nacque per strada in Rue Belleville con la mamma aiutata a partorire da un agente di polizia. In verità un registro ospedaliero racconta un’altra storia, ma anch’essa romanzesca: il papà chiamato ad aiutare e arrivato completamente ubriaco in ospedale dopo aver festeggiato la nascita della piccola in decine di bistrot parigini con qualsiasi cosa alcolica gli capitasse a tiro.
l lavoro dei genitori di Édith non permetteva loro di allevare un figlio; perciò, la piccola passò inizialmente la sua infanzia dalla nonna materna, una beduina ammaestratrice di pulci che riempiva i suoi biberon di vino rosso "perché fa bene e uccide i microbi”. 
Lo capisce anche il papà che, quando la piccola ha due anni, vedendo che viveva in una condizione drammatica di scarsa igiene, malattie esantematiche e denutrizione, la porta dalla sua, di mamma. Peraltro, anche la nonna paterna è la cuoca-tenutaria di una casa di tolleranza, ma affettuosa e capace di farle finalmente vivere un’infanzia degna di questo nome. 

Ma la serenità dura poco, perché la piccola Édith viene colpita dalla cheratite, una malattia degli occhi, da cui guarisce dopo che la nonna la porta a Lisieux a pregare Santa Teresa del Bambin Gesù, a cui la cantante fu devota per tutta la vita

A otto anni il padre riprende Édith, adibendola ai lavori di casa e al mantenimento della roulotte dove vivevano e lui portava spesso donne circensi. La bimba faceva la questua dopo le esibizioni da contorsionista del padre. Un giorno la raccolta fu scarsissima e il padre annunciò al pubblico che la bambina si sarebbe esibita in un "doppio salto mortale pericoloso". Lei non lo fece, ma iniziò a cantare “La Marsigliese”, per la prima volta da cantante di strada, carriera che continuò con lo pseudonimo di “Miss Édith, phénomène vocal”, con cui ricavava il necessario per la sopravvivenza sua e del padre. Carriera poi continuata quando, a quattordici anni, dopo aver abbandonato il papà, continua a cantare per strada in cambio di qualche moneta in compagnia di un’amica, sbandata più di lei.
Arriva anche il primo uomo, Louis Dupont, giovanissimo, che mette in cinta Édith, ma la bimba è abbandonata spesso a casa da sola e muore di meningite a due anni, il più grande rimorso della sua vita.

Édith nel frattempo, diventa “Mecenate di Parigi” frequentando il mondo della musica, della filosofia e della letteratura francese, fra cui Jean Cocteau, Yves Montand, Charles Aznavour  Georges Moustaki e altri,  alcuni dei quali entreranno nella galleria dei suoi amori, mentre altri saranno assolutamente ingrati. 
Eppure, la Piaf è generosissima, canta per le truppe francesi con il tricolore sulle spalle e fra il 1943 e il 1944 gira i campi di concentramento tedeschi dove erano detenuti i francesi. Si fa fotografare assieme a tutti i prigionieri suoi connazionali per poi, una volta tornata a Parigi, ritagliare le sagome di ogni volto e costituire dei documenti falsi che sarebbero serviti ai reclusi per evadere dal campo. Nel 1945 va a Berlino portandosi dietro una valigia a doppio fondo con 147 documenti falsi. In 118 si salvano come “musicisti della signora Piaf”.

Nel 1944 Édith si innamora di Yves Montand e sono gli anni de “La Vie en rose”, diventando il “passerotto” della canzone, in francese proprio “piaf”, “ugola insanguinata”, come l’uccellino.
Una storia che porta addirittura alcuni astronauti ad intitolarle un asteroide.
E poi c’è la storia d’amore, la più grande, raccontata dall'opera che andrà in scena al Carlo Felice di Genova e ripercorre la storia che tra il 1947 e il 1949 vide protagonisti Édith Piaf e il pugile francese di origine marocchina Marcel Cerdan, allora campione del mondo dei pesi medi, sposato e padre di tre figli, l'unico uomo di cui si innamorò perdutamente. Édith e Marcel erano entrambi combattenti, lui sul ring, lei nella vita. Un rapporto, il loro, che inizialmente tennero nascosto, esploso inevitabilmente sotto la luce dei riflettori e poi finito in maniera tragica con la morte di Cerdan in un incidente aereo proprio mentre la raggiungeva a New York. Ed era stata proprio lei a invitarlo a non andare in nave per arrivare il prima possibile.
A poche ore dalla caduta dell’aereo, Édith decise di non rimandare il suo concerto, e dedicò al pugile la prima canzone: “Hymne à l’amour”. Aprì lo spettacolo dicendo: "Questa sera canto per Marcel, solo per lui...". Resse per cinque canzoni, ma, mentre cantava “Escale”, crollò sul palco priva di sensi.

Racconta Maurizio Fabrizio – autore di “Almeno tu nell’universo” e del già citato  “I migliori anni della nostra vita” che ha scritto per Mia Martini, Riccardo Fogli, Ornella Vanoni, Renato Zero, Mina, Antonello Venditti e tanti altri – “era una sorta di femminista ante litteram che ha unito il talento a una grande determinazione e che abbiamo cercato di restituire in tutta la sua essenza”. E racconta: “La gestazione di quest’opera viene da molto lontano, quando da bambino ascoltavo alla radio o sui dischi le intramontabili melodie di Édith Piaf. La cantautrice ha avuto una vita ricca di sofferenze e dolori, ma ha cercato sempre nell’amore un riscatto.

Quando io e Guido Morra abbiamo deciso di scrivere quest’opera ci siamo soffermati proprio sull’aspetto dell’amore, e in particolare sull’amore più totalizzante nella vita di Édith Piaf, la storia con il pugile Marcel Cerdan”.

L’opera lirica in due atti, firmata da Fabrizio su libretto di Guido Morra è stata commissionata della Fondazione Teatro Carlo Felice, voluta dal sovrintendente Claudio Orazi e dal direttore musicale Pierangelo Conte in occasione del sessantesimo anniversario della morte di Édith Piaf e la prima rappresentazione assoluta sarà domenica 17 alle ore 15.
Un kolossal, come la vita. 

22/12/2023
logo tiscali tv