Il caso di Gisèle Pelicot continua a interrogare le coscienze di uomini e donne ma lei non vuole più essere pensata solo come una vittima e questa sua volontà l’ha espressa in un libro di memorie. "Durante tutto il processo, sono stata definita come vittima. Oggi non voglio essere più considerata così. Sono stata sacrificata sull'altare del vizio, gettata in pasto a quegli individui. Scrivere è stato un modo per uscire da questa cornice in cui mi sono sentita rinchiusa, di raccontare chi sono veramente". Lo dice in un'intervista a Le Figaro, ripresa da Repubblica, parlando di "Un inno alla vita", il suo libro firmato con la giornalista e romanziera Judith Perrignon che uscirà il 19 febbraio in tutto il mondo e tradotto in 22 lingue.
Le assurde critiche a Gisèle Pelicot
Gisèle Pelicot, violentata per anni durante incontri organizzati dal marito nella loro casa nel sud della Francia, torna con la sua testimonianza sullo storico processo che ha avuto una eco internazionale e nel quale ha deciso di rifiutare, come era suo diritto, che si svolgesse a porte chiuse. "Mi hanno rimproverato molte cose. In tribunale alcuni hanno criticato addirittura il mio modo di vestire", spiega evidenziando che qualcuno ha pure criticato la sua scelta di scrivere: "Non sono stata io a volerlo: sono venuti a chiedermelo. Io l'ho scritto perché ho creduto che potesse essere utile. Non sono state le considerazioni economiche a spingermi. Ho sentito anche dire che alcune persone sono convinte che io abbia inventato tutto. Se fossero venuti in tribunale, saprebbero che Dominique Pelicot mi faceva ingerire dosi da cavallo: il farmaco che mi somministrava faceva sì che il mio corpo non serbasse traccia delle sue sevizie". Durante il processo "ho vissuto vere umiliazioni. Mi hanno trattato da complice, da donna poco seria, da esibizionista. Sono stata sospettata di continuo".
Il rapporto con i figli
Sul rapporto con i suoi figli afferma: "Florian è sempre al mio fianco. Con Caroline il rapporto è più complicato. Soffre a causa delle sue foto trovate sul computer del padre". E "anche con David la situazione è delicata". Se andrà a trovare Dominique Pelicot in carcere: "Ho in programma di andare a trovarlo. Non ho ancora potuto rivolgergli la parola, e sono sei anni. Ho bisogno che mi risponda guardandomi negli occhi. Mi piacerebbe rivolgergli domande su nostra figlia. E chiedergli perché lo ha fatto".
Il processo storico
Fra i passi del libro che Le Monde ha anticipato, ce ne sono alcuni che ripercorrono la scelta di un processo a porte aperte: "Quando ripenso al momento in cui ho preso la decisione (di aprire al pubblico il processo, ndr) - si legge in uno dei passi anticipati - mi dico che se avessi avuto 20 anni di meno, non avrei forse osato rifiutare le porte chiuse. Avrei temuto gli sguardi, quei maledetti sguardi con i quali una donna della mia generazione ha sempre dovuto fare i conti". "Forse - continua - la vergogna svanisce più facilmente a 70 anni, e più nessuno fa attenzione a voi. Non lo so. Non avevo paura delle mie rughe, né del mio corpo".
"Una bambola di stoffa"
Durante il processo, racconta di "aver avuto voglia di averlo (il marito, ndr) davanti a me. Per gli altri (gli stupratori, ndr) temevo il loro numero. Più il processo si avvicinava, più immaginavo di diventare ostaggio dei loro sguardi, delle loro menzogne, della loro vigliaccheria e del loro disprezzo. Ma non li avrei protetti chiudendo la porta?", si chiede. Fra i passi più impressionanti del libro, quelli in cui descrive la sua incredulità nello scoprire, in commissariato, le foto di lei stessa durante le violenze subite in stato di "sottomissione chimica": "Non riconoscevo quegli individui. Né quella donna. Aveva le guance flosce. La bocca molle. Era una bambola di stoffa".
«Il signor Pelicot»
Anche in un’intervista al Corriere della Sera ricorda come venne a sapere degli abusi subiti: «Il signor Pelicot» (così chiama ora il suo ex marito) l’avrebbe fatta franca, se un giorno un agente della sicurezza di un supermercato non avesse notato quell’anziano signore che cercava di filmare sotto la gonna delle clienti, e se la polizia non avesse deciso di analizzare il suo computer, trovando centinaia di video con gli orrori catalogati con cura.
Quando scoprì tutto
«Quando il 2 novembre 2020 mi chiamano in commissariato, e il vicebrigadiere Laurent Perret prima di farmi vedere per la prima volta quelle foto spaventose mi chiede “come definirebbe suo marito?”, io rispondo “un uomo gentile, generoso, pieno di attenzioni, che non mi ha mai riservato una brutta sorpresa”. Il povero agente non sapeva come dirmelo. Poi in tribunale ha raccontato che non ci dormiva la notte, non trovava un modo accettabile per darmi la notizia, aveva paura di distruggermi la vita. Nella disgrazia, ho avuto la fortuna di incontrare brave persone. Quella guardia del supermercato di Carpentras, Thibault, che ha visto il signor Pelicot filmare le donne sotto le gonne e lo ha denunciato. Quando ci siamo rivisti al processo di appello ci siamo abbracciati in lacrime. E il vicebrigadiere Perret, che avrebbe potuto dire “è un vecchio signore, lasciamolo andare a casa”, e invece ha voluto controllare il computer del signor Pelicot. Con quello scrupolo mi ha salvata».
Il cognome del marito
Il tanti si chiedono come mai Giséle abbia conservato il cognome Pelicot del suo ex marito: «Certo non per conservare un legame con lui. L’ho fatto per la mia famiglia, e in particolare per i miei nipoti, che si chiamano Pelicot e non hanno nulla di cui vergognarsi. Il 2 settembre 2024 è stato il primo giorno del processo, il giorno in cui è stata pronunciata la sentenza del mio divorzio e anche il primo giorno di scuola media di mia nipote. Mi ha telefonato e mi ha detto: “Sai nonna, sono fiera perché la mia prof di francese mi ha parlato di te”. Mi sono detta che da grande forse il suo cognome Pelicot le ricorderà più quel che ha fatto la nonna che i misfatti del nonno. Ecco perché ho conservato quel cognome, e perché il libro è firmato come Gisèle Pelicot».