Daniela Poggi sarà al Campidoglio l’8 aprile per l’Incoronazione dei poeti e per voce ai versi di Valerio Magrelli. Un’occasione per ripercorrere i suoi 71 anni da protagonista del mondo dello spettacolo con una carriera variegata e improntata all’indipendenza. Un anelito alla libertà personale che l’attrice spiega così a La Repubblica: “I miei genitori si separarono quando ero piccolissima, e io sono cresciuta con un amore smisurato per mio padre, quasi come fosse il mio principe azzurro. Poi però l’ho anche combattuto duramente quando ho scoperto che aveva una relazione importante. Avevo quindici anni, scappai dal collegio e arrivai perfino a dirgli che, se non avesse lasciato quella donna, sarei andata al tribunale dei minori per togliermi il suo cognome. È stato un percorso molto forte, molto doloroso”.
Nel suo libro Daniela Poggi tratta il tema della famiglia: “Sì. Non ho avuto la possibilità di diventare madre, e questo per me è un nodo molto profondo. Il senso materno in me c’è sempre stato, potentissimo, verso tutti: verso le persone che ho accolto in casa, verso chi ha avuto bisogno di me, verso gli amici, verso gli animali. Ma quel passaggio biologico ed esistenziale non si è compiuto. E allora sì, mi sento ancora figlia, ancora bisognosa di protezione, di coccole, di rassicurazione”.
La maternità non c’è stata: “A un certo punto ho capito che avrei anche potuto avere un figlio da sola, andando magari all’estero, ma ho sentito che per me sarebbe stato un gesto di egoismo. Ho capito che non era più il mio tempo. Ho dovuto accettarlo, con dolore ma anche con verità”. Però c’è stato spazio per una forma diversa di maternità: “Sì, è arrivata la mia figlioccia peruviana. L’ho accompagnata per oltre vent’anni come una seconda mamma: negli studi, nei viaggi, nelle difficoltà, nella crescita. Mi chiamava “Mami Daniela”. E poi c’è stato anche il mio collaboratore domestico con la sua famiglia: i suoi figli sono nati e cresciuti in casa mia per un periodo, e anche lì io ho vissuto un senso di famiglia pienissimo. Ho sempre sognato una casa piena di esseri viventi, umani, animali, vegetali”.
La ricerca dell’indipendenza l’ha portata fino all’America Latina con uno zaino in spalla. “È stato il periodo più bello della mia vita: Londra, l’America Latina, i viaggi con un biglietto di sola andata, le fughe da situazioni pericolose, ma anche una libertà meravigliosa. Ho vissuto davvero senza paura, o forse con un equilibrio che oggi si è perso. Mi sento molto fortunata ad aver attraversato quegli anni”.
La follia più grande di quel periodo? “Tante. Una volta a Londra andai a prendere un attore del Rocky Horror di cui ero follemente innamorata, avevo bevuto un po’, guidavo la mia Mini Minor e finimmo in gattabuia per una notte. In Perù, con un’amica, scappammo di notte da una casa dove avevamo capito che la situazione stava diventando pericolosa, e fummo fermate dai soldati in pieno regime. In Amazzonia arrivammo in un luogo che era un centro di spaccio allucinante, e noi eravamo lì in shorts, inconsapevoli e piene di vita”.
Il bilancio sembra positivo: “Ho avuto una vita ricchissima, libera, avventurosa, faticosa, a volte dolorosa, ma piena. Certo, resta il dispiacere di non aver avuto un figlio, resta la domanda su chi mi terrà la mano un giorno, ma nello stesso tempo sento di aver vissuto intensamente”.
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