Perché a volte fermarsi e proteggersi non è pigrizia, ma una scelta di salute mentale necessaria contro lo stress da prestazione. Viviamo in un’epoca che ha eletto il "superamento dei propri limiti" a dogma indiscutibile. Ci viene ripetuto come un mantra che "la vita inizia dove finisce la tua comfort zone", spingendoci a correre, rischiare e stressare ogni nostra risorsa pur di non apparire immobili. Ma la verità è che il nostro equilibrio psicofisico non è un elastico che può essere teso all'infinito senza spezzarsi. Scegliere di restare dove ci sentiamo al sicuro non è una fuga dalla realtà, ma una strategia di sopravvivenza essenziale per ricaricare le batterie e difenderci da un mondo che ci vorrebbe sempre performanti, giovani, scattanti e multitasking.
Il nido sicuro: la biologia del relax
Dal punto di vista della nostra biologia, la comfort zone è quello stato in cui i livelli di ansia sono minimi e le prestazioni rimangono stabili. Rimanere nella confort zone, vuol dire stare in un "porto sicuro" dove il nostro sistema nervoso parasimpatico può finalmente prendere il comando, abbassando i livelli di cortisolo (l'ormone dello stress) e permettendo al corpo di attivare i processi di riparazione cellulare e digestione.
Immaginate la vostra mente come una casa: non si può stare sempre in giardino a sfidare le intemperie o a scalare il tetto per godersi il panorama. C’è bisogno di rientrare, chiudere la porta, accendere il riscaldamento e sedersi in poltrona. Questa non è pigrizia; è manutenzione ordinaria di un macchinario complesso chiamato "essere umano".
La trappola del "sempre di più"
Specialmente per noi donne, la pressione sociale è enorme. Dobbiamo essere madri presenti, professioniste impeccabili, figlie premurose e amiche brillanti. Lo stress da prestazione si insinua nelle piccole cose: la paura di dire "no" a un invito perché "bisogna uscire", l'ansia di dover imparare una nuova competenza digitale anche quando siamo sfinite, o l’obbligo di frequentare luoghi affollati solo perché "fa bene socializzare".
Tuttavia, forzare costantemente la mano porta a un’usura precoce. Quante volte ci siamo sentite svuotate dopo aver "osato" troppo? La comfort zone è lo spazio della consapevolezza. È il luogo dove i nostri sensi sono a riposo e la nostra creatività può germogliare in silenzio, senza il rumore bianco delle aspettative altrui.
Quando restare è meglio che andare
C’è un tempo per esplorare e un tempo per consolidare. Rimanere nella propria zona di comfort permette di:
- Consolidare le competenze: Non si può imparare sempre qualcosa di nuovo; bisogna anche godersi ciò che si sa già fare bene.
- Ascoltare il corpo: Solo nel silenzio della nostra routine possiamo avvertire i piccoli segnali di disagio che il corpo ci invia.
- Ridurre l’infiammazione: Lo stress cronico è la base di molte patologie femminili. Stare bene dove si è, riduce lo stato infiammatorio generale.
Una nuova prospettiva: la Comfort Zone come rampa di lancio
Non dobbiamo vedere la nostra zona di sicurezza come una gabbia, ma come un solido terreno sotto i piedi. Solo chi ha radici profonde e un rifugio sicuro può, quando sarà davvero il momento giusto e le energie saranno al culmine, decidere di fare un passo fuori.
Quindi, la prossima volta che vi sentirete in colpa perché preferite un sabato sera sul divano con un libro invece di un’uscita mondana "sfidante", sorridete: state facendo un elogio alla vostra comfort zone. State scegliendo la vostra salute. State, semplicemente, volendovi bene.
Perché la vera sfida, oggi, non è scappare da noi stesse per superare un limite, ma avere il coraggio di dire: "Qui sto bene, e qui resto finché ne ho bisogno".
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